Non possiamo evitarlo, siamo dotati di un inevitabile ingrediente aggressivo. Certo, in modi e misure differenti, ma ci appartiene l’aggressività, una dotazione biologica incarnata nella nostra mente. E’ ovviamente una risorsa di sopravvivenza, di cui ci ha attrezzati la natura: aggredire l’aggressore.

E’ illimitata la varietà della nostre manifestazioni aggressive, che ci inducono a reagire contro, con l’intento di danneggiare qualcuno. Da quelle più vistose, bellicose e agguerrite, a quelle più trattenute, quasi clandestine, la parola che introduciamo malignamente in quel che stiamo dicendo, l’apparente inconsapevole piccolo gesto che infliggiamo al cuore di un’altra persona.

Dunque ci appartiene uno stato di vigilanza che ci difende aggredendo, cercando di indebolire, ferire, se non addirittura eliminare, qualcuno.

Possiamo così chiederci se sia corretto considerare ogni aggressione come sbagliata, oppure se aggredire abbia occasioni e condizioni nelle quali sia un modo appropriato di essere contro e di voler danneggiare qualcuno.

Un tema che affronta il nodo dell’aggressione e della sua accettabilità è la legittima difesa. Ovvero: sin dove può spingersi un’aggressione difensiva di fronte a una minaccia? In altre parole: quale minaccia o pericolo giustificano che si possa aggredire qualcuno al punto da non riconoscerne più il diritto alla vita?

Perché nel concepire una legittima difesa l’altro cessa di avere diritti, è solo colpa, solo pericolo che cancella la sua appartenenza al genere umano e quindi la sua contiguità umana.

Difficile stabilire questo confine, tra ciò che si considera inviolabile e intoccabile dell’io e dall’altro un sentimento di legame etico ed esistenziale con gli esseri umani. Più prevale tutto ciò che viene considerato inviolabile dell’io, la vita, la famiglia, il negozio, la casa, maggiore è la subordinazione dell’altro a questa inviolabilità e quindi alla responsabilità colpevole quando se ne infrange i confini. Una responsabilità che giustifica un’aggressione che prima ancora di togliere la vita, toglie il diritto alla vita.

E’ dunque un tema non banale identificare i confini della legittima difesa e di una legittima aggressione. Perché impone il dilemma della misura che regola la sovranità dell’io e la sovranità dell’altro, come essere umano. Tanto più si estendono i diritti all’aggressività tanto più si sta affermando che l’io è solo nel difendersi in un mondo che è diventato moltitudine di singoli. Tanto più si affermano i diritti dell’io nell’attuare un’aggressione difensiva tanto più si sta togliendo forza e valore ai diritti della comunità, del legame che abbiamo con gli altri esseri umani. Nella sovranità aggressiva dell’io si smarrisce la sovranità della tolleranza, della misura, del rispetto, come valori non privati e personalizzati, ma come trama universale della convivenza.