Esercitare leadership non solo dà qualcosa, ma anche toglie. Impossessarsi di leadership non riguarda solo cosa diventare di più, ma anche cosa perdere.

Nella leadership vi è una condizione genetica di solitudine, che non dipende dalla volontà o dai desideri di chi è nel ruolo di leader. Nella natura della relazione di leadership è presente un’estraneità, una distanza. E’ una necessità della sua funzione, perché possa funzionare, di rimanere al di là di una soglia, un diaframma. E’ la lontananza della soggezione, dell’ammirazione, del timore, della dipendenza. Una distanza necessaria per una compensazione e protezione psicologica dei “follower”.

Tanto più la leadership guida le persone fuori dal mondo a cui sono abituate, tanto più le persone agiscono e scelgono ispirate o influenzate da un’altra persona, tanto più hanno bisogno che questa diventi altro, separata.

Perché nell’accettare la leadership di qualcuno si sta anche ammettendo e riconoscendo che senza la sua azione non si avrebbe avuto quel modo di agire, non sarebbe stata fatta quella scelta. Nel riconoscere una leadership si riconosce contemporaneamente la propria debolezza, la propria insufficienza. Allora è il bisogno di contenere questa carenza, di limitare la sua erosione nella propria autostima, che il leader deve diventare un’estraneità. Un altrove che giustifica che si dica di sì e che non ci si senta mortificati nel dire questo sì. Si accetta la leadership e allo stesso tempo si allontana il leader. Il cuore per accettare la subalternità non deve perdere la faccia.

E anche quando vi è amore per il leader non è l’amore che unisce tra pari nel sentire. L’amore per il leader è devozione, dedizione, necessità. E’ un amore a senso unico, perché nel leader amato si proietta se stessi. Il leader che si ama è il contenitore dei propri sogni.

Ecco allora ciò che la leadership toglie e che si deve essere disposti a perdere, per esercitarla al meglio. Toglie la possibilità di un sentimento di complicità e vicinanza, di ascolto disinteressato, di amore per le proprie fragilità. La leadership non può aspirare al calore del segreto e della prossimità più intima con i propri “follower”.

Perciò potrebbe essere una domanda da porsi, per chi aspira a una leadership capace di ottenere dalle persone ciò che è più difficile ottenere, il loro cambiamento: “Quanto so fare a meno del bisogno di ricevere amore e apprezzamenti? Quanto so impegnarmi nel guidare le persone senza curarmi della loro vicinanza, dell’ascolto, della pazienza e della tolleranza che ricevo? Quanto so vivere serenamente la solitudine e il gelo della distanza?”