Cosa sta accadendo, o è già accaduto, al nostro desiderio? Quali contagi ha subito?

Psicologicamente, quando ci muove un desiderio siamo in un territorio smagliante, precario e incompleto, ma anche vitale e irresistibile. Perché il desiderio è partorito da una mancanza, che genera l’energia dedicata a volerla colmare, realizzare. De-sidera, in attesa delle stelle. 

Ci occorre vivere vuoti, ci occorre percepire infiniti che non abbiamo ancora toccato, suoni che non abbiamo ancora sentito, gesti e parole che non abbiamo ancora scambiato, per mettere in moto la voglia dello sforzo e dell’impegno desideranti.

Così il desiderio ci attrezza le condizioni per uscire da noi stessi, sporgendosi oltre il mondo che già ci appartiene, le esperienze che già sappiamo, per avvicinarci a ciò che ancora non siamo. Ci occorre l’esperienza della mancanza, che è anche esperienza vulnerabile, impegnativa, per poter dare alla luce lo slancio generativo del desiderio.

Per questo non è facile desiderare, immergerci nelle nostre scarsità. Ed è facile confonderlo con il bisogno, con l’ambizione, oppure con l’aspirazione. Senonché la forza del desiderio è nella veemenza dell’assenza che lo genera. Quanto le sue origini affondano in contenuti che possono destabilizzare, trasgredire, rivoluzionare quel che siamo. Desiderare è un rischio.

Abbiamo affrontato questo tempo, che ci ha isolati nella distanza e intimoriti, venendo da un tempo nel quale era presenti altre forme di distanza. Non ci precedeva un tempo di solidarietà e vicinanza, ma di nemici territorializzati, distanze aggressive e ripiegamenti malinconici, di esperienze sociali e professionali non sempre esaltanti. Poi eccoci ben due mesi obbligati al lockdown. Un nuovo ritmo della vicinanza e dell’Altro. Nel vincolo della distanza forzata dagli altri siamo stati esposti all’esperienza della loro necessità, della loro mancanza o della loro irrilevanza. E quindi del desiderio. 

Abbiamo avuto distanze da persone che abbiamo patito e altre distanze che non abbiamo rimpianto. Abbiamo riordinato il desiderio. Magari concedendoci un tempo narcisistico, direbbe Freud. Dedicato a noi stessi e ai nostri bisogni, ai nostri pensieri e alle nostre letture, alla musica che amiamo e agli abbracci con le persone più amate. Alcuni desideri sono dileguati. Altri ne sono sorti. 

Che ne è perciò del nostro desiderio oggi? Adesso che  ci avviamo verso una differente vicinanza. Quali mancanze, nuove o già conosciute, alimenteranno i nostri desideri? Cosa questo tempo di isolamento ci ha consegnato di carenze da colmare, dandoci energie e sguardi verso le stelle?