E’ ovvio, gli errori che possiamo fare non tutti sono uguali.

Innanzitutto, perché gli errori non sono tutti errori. Lo stesso sbaglio, la stessa disattenzione potrebbero esseri vissuti come un errore, oppure anche no. Poiché è un errore solo tutto ciò che noi chiamiamo errore. Vi sono attività svolte in modo impreciso, compiti eseguiti in modo scorretto, il cui autore non vi ravvede un errore, ovvero una propria responsabilità.

Pertanto, chiamiamo errore quello sbaglio, quella pecca, di cui sappiamo di essere (almeno in parte) autori e per questo ci riguarda. Riguarda qualcosa che ci sta a cuore nelle conseguenze che l’errore genera, toccando aspetti a cui siamo sensibili: i nostri legami con gli altri, il bisogno di approvazione, la difesa della nostra autostima, la perseveranza di un sogno o di una convinzione. 

Sicché, quando li riconosciamo, gli errori ci fanno soffrire. 

Senonché, quando la mente soffre, automaticamente (per lo più inconsciamente) cerca modi per ridurne la portata, per alleviarne e alleggerirne il vissuto. Questa biologica strategia di sopravvivenza viene poi applicata in modo differenziato e originale in ciascuno. Per questo ciascuno possiede la sua personale relazione con l’errore, la sua personale strategia di sostenibilità psicologica della sofferenza causata dal proprio errare.

Eccone cinque.

Rimuovere 

La memoria è fatta per dimenticare, per selezionare ciò che ricordiamo. Così l’errore viene elaborato e disinnescato con l’oblio. Si dimentica, si rimuove, si ignora ciò di cui siamo stati autori. Si ottiene, grazie alla compiacente soppressione del ricordo, una nuova immacolata patente.

Cercare innocenza

Dove vi è un errore un’ottima strategia difensiva è evocare e materializzare un colpevole. E dove di una colpa, vi è anche da qualche parte, dalla parte opposta, un’innocenza. Dunque la mente immediatamente cerca e con convinzione trova un colpevole. Ottenendone così il benefico e rassicurante status dell’innocenza.

Prevenirlo

Vi è un’astuzia della mente nel saperci tenere lontani dall’errore. E’ una strategia preventiva, che ci dirige altrove da scelte e azioni che potrebbero renderci autori di sbagli. Un’astuzia che utilizza le capacità che possediamo e ciò che ci è accaduto, in cui abbiamo avuto prova di non essere stati sufficientemente capaci. Questa furbizia della mente è semplice: convincerci che potremmo dover affrontare conseguenze di un eventuale errore ben più dannose e dolorose di quello che sarebbero in realtà. Si manifestano pensieri, timori e pericoli alla possibilità di un errore che scoraggiano e paralizzano, che bloccano dal procedere nell’incerto terreno in un nostro possibile sbaglio. Si immaginano facili licenziamenti, reprimende umilianti, abbandoni, esili, perdite, danni. Meglio allora non fare nulla.

Accarezzarsi

Questa strategia di elaborazione dell’errore è quella più sottile e astuta. Ci si trova al cospetto di un proprio errore, senza possibilità di attribuirlo ad altri o ignorarlo. Il latte è stato versato. Questa evidenza di esserne stati i responsabili genera sentimenti di inadeguatezza, colpa, o carenza. Si mette in moto una macchina dell’autobiasimo. Arrivando anche ad esternare agli altri il proprio stato di rincrescimento e afflizione. Ancorché appaia un processo punitivo, di pentimento o rammarico, più profondamente e psicologicamente, in modo scaltro, è un processo di catarsi e riparazione. Nel concentrarci sul nostro disagio, sul biasimo che rivolgiamo a noi stessi, le nostre energie psicologiche sono dedicate e focalizzate esattamente e proprio su noi stessi. Siamo al centro della nostra attenzione, siamo oggetto delle nostre considerazioni. Il nostro io occupa tutto il nostro interesse. Nella circostanza in cui siamo artefici di un errore, che potrebbe causarci una perdita di valore, ci stiamo anche risarcendo monopolizzando l’attenzione su noi stessi. Riversando su di noi non solo il biasimo, ma anche e soprattutto quel che questo significa: attenzione per noi stessi. L’io non rinforza se stesso solo attraverso contenuti che ottiene (es. apprezzamenti) ma nell’essere oggetto di attenzione e di visibilità. Nel pentimento otteniamo una benedizione.

Trasformarlo in evoluzioneHuxley ha scritto: “L’esperienza non è ciò che ci accade, ma ciò che sappiamo fare di quel che ci accade”. Vi è anche una strategia, non così frequente, che non si sottrae al confronto con il proprio errore, senza farsi invadere emotivamente da sentimenti di inadeguatezza o colpa, senza cercare scappatoie o passare oltre. Vi è un pensiero che si avvale delle risorse neurosinaptiche più distintive che abbiamo come essere umani, quelle prefrontali, che tenendo a bada le difese più inconsce e istintive, si interroga, con coraggio e lucidità su cosa si può imparare dall’errore che abbiamo fatto.