Vi sono molti modi di essere in relazione al mondo che ci circonda. Alle due persone sconosciute, vicine in attesa, come noi, di un treno; o alla persona accanto che sta prendendo il suo caffè al banco, mentre noi stiamo facendo lo stesso. Vicina una vita che non ci appartiene, che scorre sui suoi binari. Eppure a volte non ci sfugge un’esitazione preoccupata nei gesti, o un timore che si palesa nella voce.

Sono molti i modi di vivere questa estranea prossimità. Vi può essere indifferenza, disinteresse, oppure curiosità generosamente affascinata o quella invischiata di moralismo. E’ pure possibile una vicinanza sottomessa alla deriva delle nostre emozioni, che ci condizionano più del necessario. Come vi sono anche l’ascolto opportunistico o l’attenzione selettiva, sulla base della nostre simpatie o dei nostri bisogni. 

Siamo circondati dalla vita che accade e ne possiamo essere spettatori in molti modi. Eccone una versione che potrebbe rappresentare una benefica educazione del cuore: saper essere testimoni.

Saper essere testimoni è un modo di disporsi, di collocarsi, verso ciò che si ascolta e si vede. E’ un allineamento dello sguardo e del sentire. Perché si esercita attraverso la capacità di essere vicini, senza valutare; di osservare, senza arrivare alle conclusioni; di rimanere in equilibrio con le emozioni, senza farsene condizionare.

Per saper essere testimoni occorre il desiderio di coglierne l’autenticità del mondo che incontriamo, la sua portata, sapendo che per ottenere questa rivelazione occorre non impossessarsene. Essere testimoni si ottiene arrestandoci e disponendoci ad osservare. Che non è proiettare se stessi, ma astenersi dal proprio mondo di convinzioni. Tenendo a freno i propri stati d’animo.

Per essere testimoni, vicini al mondo che abbiamo prossimo, dobbiamo essere distanti da noi stessi. Applicare una guida alla nostra mente, per arretrare nella sola osservazione, senza identificarsi in ciò che si osserva, senza qualificarlo come piacevole o spiacevole, interessante o banale, per lasciare che ciò che si vede abbia la sua autonomia, la sua esistenza, la lontananza di cui ha necessità per essere compreso. 

Tanto più siamo ingombrati da quel che sentiamo, dalle nostre valutazioni, dall’attenzione a ciò che proviamo, dai pensieri che ci conquistano criticando o approvando, maggiore è l’opacità del mondo e la sua unicità. Per essere testimoni ci occorre relativizzare noi stessi, ci occorre invalidare l’io e le sue prerogative di centralità. Nel praticare la vicinanza come testimoni adottiamo la vita e ne siamo allo stesso tempo immuni.