In una relazione comunicativa è sovente complicato il rapporto con il silenzio. Perché il silenzio non è mai irrilevante. Può essere un modo di distanziarsi quanto di avvicinarsi, di estraniarsi quanto di immergersi. Può essere prodotto dal coraggio quanto dal timore. Può essere un’espressione di generosità quanto di aridità parsimoniosa. 

Per questo la cifra relazionale del silenzio è l’ambiguità, l’indecifrabilità, l’enigmaticità. Una caratteristica che non lascia indifferenti, suscita reazioni, induce a imbarazzi o a facili conclusioni: “Chi tace acconsente”; provoca dubbi, oppure irritazioni. 

Aiuta a comprendere la sostanza relazionale del silenzio collocarsi nella prospettiva di cosa comunichi a chi lo riceve, quale sia il codice intersoggettivo che gli appartiene. 

Il silenzio, nella sua indecifrabile ambiguità, con il suo varco di comprensione irrisolto e vagante, innesca una specifica dinamica relazionale, quella del potere. 

Infatti, il potere entra in scena ogni volta che si presentano squilibri tra attori diversi in relazione. Quando non vi è omogeneità di condizioni, di risorse, di iniziativa, il potere si rivela nella scala di predominio e di influenza degli uni sugli altri. Il potere si manifesta nella differenza tra chi può e chi non può, tra chi è più forte e chi lo è meno. Quando non si è uguali, la disuguaglianza è diversità di potere, del segno che si ha la possibilità di lasciare sull’altro.

Così tra chi parla e chi rimane in silenzio si genera anche una relazione di potere, perché è una relazione disequilibrata, asimmetrica. Chi parla ha il potere della parola, del territorio che prende attraverso il linguaggio. Ma chi rimane in silenzio ha il potere dell’enigma. Un potere che non lascia indifferenti, al contrario suscita ansia e disagio, perché la mente mal sopporta di doversi rapportare a una realtà mascherata, senza rifermenti che la rendano trasparente e quindi prevedibile. Il silenzio nella comunicazione è un’esperienza allarmante, che suscita inquietudine per ciò che omette. 

Dunque, rimanere in silenzio è una scelta anche di potere, che lo si voglia o no, perché provoca reazioni, difese o aggressioni, rinunce o esclusioni, benessere o malessere. Ed è vittimistico, per chi ricorre al silenzio paralizzato dai propri timori, attendendosi attenzioni e riconoscimento, quando con il suo silenzio ha beneficiato per sé della condizione di potere che il silenzio offre. 

Il silenzio, che lo si voglia o no, genera effetti rivolti a intrepretare e a difendersi dal suo potere. Svuotandolo, attribuendogli un messaggio di consenso. Oppure prevaricandolo e disinnescandolo, togliendo spazio e iniziativa al suo autore. Impossessarsi del silenzio, anziché essersene posseduti, richiede il coraggio di accettarne il potere che mette a disposizione e di affrontare le reazioni che produce.

Sono modi che esercitano il silenzio, come intenzionale azione comunicativa, quando si vuole influenzare l’altro agendo sul suo bisogno di rassicurazione, di trasparenza, di controllo. Quando si vuole inquietare, mettere a disagio, lasciare nell’altro il malessere di ciò che non ha saputo comprendere. Ma anche quando si vuole esercitare un potere sulla parola dell’altro, quando occorre il proprio silenzio per renderla possibile e darle valore. Quando sottraendosi e ritraendosi nel silenzio si ottiene di lasciare un segno, di comunicare noi stessi e la nostra presenza.

Ben diverso dal silenzio che si lascia sopraffare dal troppo timore che lo alimenta.