La parola passione fa parte dei quei termini sottoposti al logoramento dell’abuso. Tanto da essere considerata un ingrediente indispensabile per ogni modo di vivere che si reputi pienamente vissuto. Tanto che non è più pensabile che non possa esservi passione nella propria vita senza averne un danno all’autostima. Anche se il nostro viso con il sorriso ha un rapporto di tenace estraneità e il coraggio nella sua espressione più gloriosa lo incontriamo chiedendo uno sconto. Ma siamo convinti di avere passione, che nella nostra vita non manchi questa sostanza prodigiosa.

Ma è proprio così, che la passione è una condizione benefica e indispensabile? Che sia tutto oro ciò che luccica della passione?

L’etimologia della parola, pathos, è chiara: patire. Dove vi è passione vi è sofferenza. La passione corrisponde a un bisogno talmente imperativo e totalizzante da essere disponibili a soffrire per esso.

Vi sono tanti modi di soffrire, ma non tutti sono l’espressione di una passione. Quello della passione è una dedizione verso un oggetto del desiderio così imperiosa da rendere tutto il resto insignificante, da retrocederlo in secondo piano. La passione rende qualcosa unicamente importante, da non lasciare nient’altro di apprezzabile.

Che sia per una persona, per il gioco o per uno sport, la passione non ha controllo e non vive di controllo, perché il regime della passione è di perdere il controllo del significato, della pluralità, della verità, dei fatti, dell’identità. Nella passione si è governati dall’esclusività della propria dipendenza, al punto da precipitare nella sofferenza che deriva dalla sua mancanza. Sofferenza inevitabile, perché nessun oggetto della passione può essere mai realizzato nella totalità a cui aspira la passione stessa. La sofferenza perciò non è solo una conseguenza, ma anche il fine della passione, come un cilicio che si indossa, per poter mantenere viva la presenza-assenza di quell’unico bisogno che si è reso sovrano nel proprio cuore.

Così, quando tanto facilmente si auspica la necessità di passione, quando sembra che solo se vi è passione vi è un impegno dedicato e motivato, non è forse meglio ricordarsi che i Greci ammonivano dal cadere nelle passioni e consideravano virtù sapersene stare lontani, attraverso il saper essere nel “giusto limite” (metron peras). Perché la passione non cerca verità, non vuole includere, non è tollerante, neppure è pluralistica. Quando vi è passione, quando un oggetto del desiderio è diventato tutto ciò che si è in grado di desiderare e volere, si accantona l’articolazione differenziata della realtà e ci si chiude in una realtà autocentrata, isolata, esaltata, a volte persino santificata.

Così forse potremmo dire, ben venga che non circoli tanta passione, anche se molti credono di averne. Perché i traguardi più impegnativi richiedono emozioni temperate dal pensiero, un cuore caldo e una riflessione lucida. Anziché il sonno della ragione genera mostri, potremmo parafrasare che il sonno della ragione genera passioni.

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PS: Ma forse vi sono passioni a cui è bene abbandonarsi, anche con dolore, anche se la conseguenza è perdersi.