L’altro che incontriamo non è quasi mai accadimento neutro. L’altro è esperienza. E’ declinazione emotiva, è interpretazione partecipata che stabilisce vicinanza o distanza. L’altro è quasi sempre pathos.

Pathos raccoglie insieme il significato di “patimento“, ma anche il significato di “esperienza”. In ogni esperienza vi sono emozioni all’opera, perché sono l’impronta che segna il cuore di quel che si vive.

Nella relazione con l’altro il pathos (la patia) si manifesta in 3 modi:

  • nella sim-patia
  • nell’anti-patia
  • nell’em-patia

Ognuno di essi stabilisce una caratteristica distanza tra noi e l’altro e un modo di farsi esperienza.

Sim-patia: l’altro nel quale mi rassicuro

Syn significa “con”, ma anche “insieme a”. Ci avviciniamo alla persona che troviamo simpatica, lasciamo che si riduca la distanza, perché vi troviamo condizioni che ci rendono piacevole la relazione. La sua simpatia è lo specchio di ci ciò cerchiamo di rassicurante, di accogliente e di confortevole.

Nella simpatia l’altro è privo di alcuna minaccia e vi troviamo la possibilità di vivere un sentimento del legame e della vicinanza di cui abbiamo bisogno. La persona simpatica non mette in alcun modo in discussione il nostro mondo, ma lo rassicura. La persona simpatica contiene i nostri bisogni.

Anti-patia: l’altro da cui mi proteggo

Anti significa “invece di”, “in cambio di”. Il pathos in questa relazione spinge ad allontanarsi, a respingere. Da chiedersi è allora: perché le emozioni ci inducono a rifiutare, criticare, allontanare la persona antipatica? Qual è la loro necessità? L’antipatico è “invece di me”. L’antipatico non è solo una persona che ha modi sgradevoli o fastidiosi. In questi suoi modi si nasconde per noi una minaccia, da cui ci protegge la risposta emotiva. Nell’antipatico le emozioni provocano un rifiuto perché mettono al riparo dall’incontrare, come in uno specchio, qualcosa di sé di faticoso da avvicinare. L’arroganza dell’altro è specchio della propria debolezza, la sua eccessiva lentezza è specchio della propria frenesia, la sua indolenza è specchio dell’incapacità di concedersi pause. Uno specchio da cui le nostre emozioni proteggono, allontanandolo.

Em-patia: l’altro che divento

En, significa “dentro”, “fra”, “in” e “uno solo”. Nell’empatia l’emozione si spalanca per includere l’altro, si muove fra le sue emozioni e il suo sentire, tra le sue esperienze, sino ad essere una sola con l’altro. Se la simpatia è un movimento che va da sé all’altro, perché porta i propri bisogni (di rassicurazione e benessere) nell’altro, trovandovi ciò che cerca di rassicurante. L’empatia è invece un movimento opposto, che dall’altro arriva sino sé. L’altro entra dentro, trovando uno spazio vuoto di accoglienza. Il modo più sintetico ed efficace per descrivere l’empatia è immedesimarsi, farsi medesimi. Nel sentire empatico non vi è giudizio, che presuppone ciò che può piacere oppure no. Nel sentire empatico vi è vuoto. Un cuore tanto sgombro da se stesso, da convinzioni, timori, o attese, da sapersi fare altro. L’empatia ospita l’altro nella sua differenza da se stessi. Persino quando questa differenza ha valori, modi e scelte che non si condividono. Il limite della capacità empatica di ciascuno è il limite della capacità di com-prensione, di ospitare l’estraneità.