Ogni cambiamento ha necessità di un linguaggio che si insedi nel cuore, creando mondi ed energie.

Quando le parole sanno generare mondi condivisi? Quando sanno essere il linguaggio intimo delle persone?

Vi è la via più comoda: usare il linguaggio che le persone già possiedono. Sovente è un linguaggio sfiduciato, impaurito e risentito. E’ la via del populismo, il cui linguaggio cerca complicità nell’eco delle emozioni più facili e a fior di pelle delle persone.

Benché il linguaggio populista sia intriso di parole che evocano il cambiamento, in realtà la sua natura è profondamente conservatrice, perché dialoga con il cuore più conservatore, spaventato e arrabbiato delle persone.

Quando i timori, la rabbia o la sfiducia invadono il cuore il linguaggio diventa generico e approssimativo. Così è il linguaggio populista, un linguaggio che non crea dubbi, che non solleva incertezze. Ha la stessa stoffa della sfiducia e della rassegnazione: sommario e grossolano. Un linguaggio che conquista perché trova terreno nelle emozioni deluse, nel malessere che ha perso i fatti.

Ma vi è anche la possibilità di un altro linguaggio, più coraggioso e difficile, che cerca di parlare a quella parte del cuore in cui è rimasto un desiderio, che vorrebbe essere ispirata dai valori e speranze. E’ un linguaggio ben più difficile, perché riesce a creare mondi solo quando il linguaggio ha una totale coerenza con le scelte e i modi di agire: “My life is my message” ripeteva Gandhi.