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GianMaria Zapelli elsewhere

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Razionalizzare: buone ragioni per meno buone azioni

Razionalizzare: buone ragioni per meno buone azioni

Quel che ci diciamo non è mai tutto quello che potremmo dirci. Non solo perché siamo irriducibilmente nascosti a noi stessi, ma anche, non raramente, perché quel che ci diciamo ci allontana da noi stessi.

Nel realizzare un’attività commettiamo degli errori. Ce lo fanno notare. “Certo che se mi avessi dato più tempo, avrei potuto fare meglio.”

Non comprendiamo qualcosa che avremmo dovuto capire. Ce lo fanno notare. “Per forza, è così poco chiaro quel che vuoi.”

Abbiamo modi di agire cha a volte sono errati, disattenti, lacunosi. A volte ce ne accorgiamo. In queste occasioni, trovandoci faccia faccia con una nostra imperfezione, è immediata l’elaborazione emotiva dell’episodio. La potenziale sofferenza causata dal riconoscerci autori di azioni difettose potrebbe attivare la nostra artiglieria inconscia, dedicata a difenderci da questa ferita narcisistica.

In queste occasioni, tra i meccanismi difensivi, la razionalizzazione è quello a cui da adulti più frequentemente si ricorre. La strategia della razionalizzazione è potentemente efficace: in occasione del nostro episodio lacunoso, l’inconscio ci trova spiegazioni che ci paiono del tutto convincenti, plausibili, nello spiegarci le ragioni delle nostre carenze. Pur riconoscendo l’errore, non potendolo ignorare, siamo riforniti di attendibili e convincenti motivi che puntano la direzione altrove da noi stessi. Certo, non ho capito, ma se tu ti fossi spiegato meglio.

Il potere protettivo ed elusivo della razionalizzazione è nel produrre una causa di cui è facile convincersi, in totale buona fede, che sia corretta. L’astuzia inconscia della psiche è di colludere con i nostri sistemi razionali, per fornici una solida spiegazione da sostenere.

La potenza auto-persuasiva delle ragioni razionalizzate è di presentarsi istantaneamente e facilmente nella nostra mente, nel momento delle difficoltà. Una prontezza diagnostica che ci rassicura sull’attendibilità delle nostre ragioni, avvalendosi di un ingannevole principio di autentificazione: “quel che penso spontaneamente, istantaneamente, è vero, affidabile”. Poiché, all’opposto, si attribuisce alla falsità, alla manipolazione, la necessità di un pensiero speculativo, di un tempo per ordinare e ordine l’inganno e la falsità. L’immediato è creduto autentico perché privo di controllo. Più è facile da pensare maggiore è la sua verità. Il ponderato, che richiede invece autocontrollo, potrebbe nascondere una doppiezza.

Senonché, escludere il dubbio, il riesame, per affidarsi all’immediatezza del pensiero, non conduce alla verità, semmai all’inconscio, agli automatismi cognitivi, che della verità non sanno che farsene.  Evitando però la fatica psicologica di un pensiero riflessivo e dubitante, che si dedichi a cercare le nostre responsabilità, ciò che avremmo effettivamente potuto fare in modo diverso o migliore. Ci sottraiamo da una scoperta di sé disagevole, credendo vi sia verità nei nostri pensieri immediati, cadendo così nell’inconsapevole rete dell’astuzia psichica. Paradossalmente, più ci affidiamo alla spontaneità dei nostri pensieri maggiore è la distanza dalla verità di noi stessi.

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