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GianMaria Zapelli elsewhere

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Cosa ci dona la riflessione e perché non è lo stesso pensare

Cosa ci dona la riflessione e perché non è lo stesso pensare

Della massa incessante di informazioni ed elaborazioni che produce la nostra mente, diventa pensiero ciò consapevolmente possiamo dire di avere in essa. Perché ciò che distingue un pensiero, dalle altre attività cerebrali, è l’evidenza della sua presenza nella nostra coscienza, che viene dal poter essere riconosciuto e descritto.

Ma non tutti i pensieri equivalgono allo stesso pensare. Poiché sono innumerevoli le forme della nostra elaborazione cognitiva: percezioni, emozioni, valutazioni, considerazioni. Pensieri che ci occorrono per agire, per capire o per scegliere. Pensieri che ci arrivano anche involontariamente, che ci attraversano, ci percuotono o ci esaltano.

Tra le tante forme che diamo ai nostri pensieri ve n’è una che ha le virtù di poterci sollevare dal suolo, staccandoci dal perentorio flusso cognitivo che ci affonda nell’agire, nelle emozioni, nelle abitudini, nell’immediatezza spontanea dell’esistenza. È una forma di pensiero che si eleva oltre i nostri pensieri, che abbiamo automaticamente, che produciamo senza pensarci. Si avvale del pensiero per ricavarne il meglio. È la riflessione.

Già nell’etimo vi è la natura del ri-flettere, che è ripiegarsi, flettersi verso quel che si pensa, si vive, per riconsiderarlo, per interrogarsi, convinti che vi sia qualcosa da comprendere che potrebbe essere sfuggito, nel moto spontaneo e immediato del pensare e dell’agire. Si riflette, si trattiene l’azione, la decisione, l’impulso, per approfondire, cercando contenuti aggiuntivi. La riflessione frena il pensiero nel dubbio, ne sospende l’impulso di giungere alle conclusioni.

Vi sono occasioni nelle quali la riflessione si impone, perché è perentorio il bisogno di capire di più, di spiegarsi meglio quel che si vive. Una di queste occasioni è il dolore, l’esperienza della sofferenza o del fallimento. Quando il mondo percuote e ferisce, produce uno stato di smarrimento che richiede un pensiero riflessivo, che impone domande, in cerca di risposte che non sono immediate. Nella sofferenza cerchiamo ragioni che non troviamo facilmente, esercitando un pensiero analitico, interrogativo, persino tormentato nel non accontentarsi delle risposte più immediate. La domanda è il pensiero del dolore.

Se dunque vi sono occasioni che ci attraggono, quasi forzatamente, nella riflessione, ad avvalerci delle sue specifiche modalità, di non accontentarci di ciò che appare evidente, di non ritenerci appagati delle risposte più accessibili, ci si potrebbe chiedere: quando mi dedico alla riflessione, senza esserne costretto da quel che mi accade, fermandomi a interrogarmi, in cerca di ciò che potrebbe sfuggirmi? Quando non mi bastano i pensieri che ho a disposizione, per arrestarmi nel loro riesame, perché capisco che ciò che penso in modo immediato e spontaneo non mi basta. Quando e per quali scopi mi concedo del tempo silenzioso, sospendendo la cascata dei pensieri in moto, per riflettere su chi sono e dove mi sto dirigendo?

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