Prova a completare queste definizioni (prendetevi del tempo per rispondere):

  • Se fossi un quadro sarei…
  • Se fossi un animale sarei…
  • Se fossi un personaggio storico sarei…
  • Se fossi un oggetto sarei…
  • Se fossi una città sarei…

È stato facile? Hai immediatamente avuto in mente tutte le risposte? Ma soprattutto, ciò che ti è venuto in mente era originale? acuto? accurato?

Conoscere noi stessi è come padroneggiare una lingua: si possono conoscere pochi vocaboli e avere una grammatica incompleta; in tal caso quella che si ha a disposizione è una lingua che consente di fare poco, sole le cose essenziali: prendere un treno, ordinare al ristorante, chiedere una direzione… Oppure si può possedere una lingua ricca; allora la nostra comunicazione si espande, si fa piena di sfumature nell’essere in relazione con gli altri e con il mondo.

Spostandoci nella capacità autoriflessiva, per analogia, chi ha poco l’abitudine di interrogarsi ha una conoscenza di sé povera, generica, fatta di descrizioni di quello che si fa o si è fatto, di cosa piace e non piace. Un ritratto che non arriva alle trame invisibili del proprio cuore e dei propri pensieri, che non riconosce i perché più intimi delle proprie scelte e delle proprie azioni. Un ritratto di sé esile e gracile, senza molti colori e poche sfumature.

Già in Socrate il conosci te stesso era un invito potente e fondamentale: prendi in mano la tua vita. Conoscere se stessi non è un elemento decorativo che aggiunge bellezza, non è una conoscenza qualunque che ci rende più ricchi di sapienza. La qualità con cui ci si conosce determina la qualità con cui si possiede la propria vita e la propria libertà. Ai nostri occhi, siamo quel che ci diciamo di essere. E ciò che ci diciamo di essere determina come comprenderemo il mondo, come decideremo, come agiremo e come, pertanto, cambieremo.

Sapere chi siamo, che persona siamo, è un interrogativo interminabile. Interminabile nel tempo, perché non cessa mai la possibilità di scoprire qualcosa di sé che ancora non si conosce; ma anche nell’estensione, perché sono interminabili gli aspetti sui quali ci si può interrogare per cercare di capire chi siamo.

Ecco allora la domanda: che cosa definisce un’identità che merita di essere scoperta incessantemente?

 

Di seguito sette dimensioni per una possibile risposta.

 

1)    un’identità ha bisogno di differenziazione e di singolarità: comprendere se stessi significa riconoscere ciò che in noi cerca unicità, distanza dagli altri, diversità, originalità, apprezzamento e visibilità della nostra differenza;

2)    un’identità ha bisogno di legami e di relazioni: comprendere se stessi significa anche riconoscere cosa in noi cerca legami, appartenenza e uguaglianza con gli altri; come e quando adattiamo noi stessi agli altri per creare un legame;

3)    un’identità si nutre di esperienze: la conoscenza di sé richiede di comprendere come le esperienze che abbiamo fatto abbiano plasmato in noi convinzioni, emozioni, comportamenti; significa capire come il timore che abbiamo ora, il modo di valutare che ci fa apprezzare o meno ciò che viviamo, la fiducia che abbiamo o che non abbiamo, siano la traccia che l’esperienza ha lasciato in noi e che quindi prefigura e orienta il nostro futuro;

4)    un’identità è ispirata da valori: non vi è identità senza valori, consapevoli e inconsapevoli che siano; perciò una conversazione con noi stessi per riconoscere chi siamo non può evitare di interrogarci sui valori che indirizzano le nostre scelte;

5)    un’identità va dove vanno le sue capacità: ogni identità è fatta di ciò che realizza, di ciò che ottiene o raggiunge; conoscere se stessi richiede di sapersi dire con accuratezza quali capacità possediamo, quali attitudini, quali conoscenze, perché sono il vascello sul quale portiamo la nostra esistenza nel mare impervio della vita;

6)    ogni identità è più vasta di un pensiero che la descrive: la conversazione con noi stessi su chi siamo e sulla nostra identità è incessante, e non vi sarà mai un momento in cui ne sapremo abbastanza da avere tutte le parole per descrivere completamente chi siamo;

7)    ogni identità ha bisogno di equilibrio, più che di felicità: infine, interrogare noi stessi impegna nel chiederci, con coraggio e lucidità, quale sia la vera rotta del nostro cuore, sovente diversa da quella che i nostri pensieri ci fanno credere: «Bisogna conoscere se stessi: quand’anche non servisse a trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita» (Pascal).

 

Già il solo processo di approfondire la conoscenza di se stessi è un’azione che, mentre lo si conduce, produce dei mutamenti. Ogni volta che aggiungiamo alla conoscenza di noi stessi aspetti nuovi non siamo più gli stessi. Non si può più ignorare ciò che abbiamo capito di noi, far finta di non sapere. Se può accadere di perdere e dimenticare conoscenze tecniche o pratiche, la consapevolezza che si ottiene di sé è invece indelebile. Conoscersi è irrimediabile.

 

Vi sono tre forme di consapevolezza che possono riguardare chi siamo:

  • essere a conoscenza di quanto accade attorno a noi: una persona esiste sempre in relazione a qualcosa e/o a qualcuno; l’identità non è un contenuto che si forma in modo isolato e indipendente, l’identità è il prodotto delle relazioni che l’attraversano e che vive; conoscere se stessi richiede anche di interrogarsi sul mondo che abbiamo intorno, su ciò che accade intorno a noi e con cui siamo in relazione e che ha effetti sul nostro modo di essere, di scegliere e di agire;
  • essere a conoscenza di quanto accade dentro di noi: abbiamo un mondo interiore che ha ragioni proprie che non sempre ci mette a disposizione facilmente; è un mondo che muta e accade, che reagisce e agisce; un mondo che tanto più ci rimane invisibile tanto meno il nostro agire, il nostro pensare e le nostre decisioni ci apparterranno, cioè non apparterranno alla nostra coscienza e alle sue volontà;
  • essere a conoscenza di quanto accade grazie a noi: tutti lasciamo un segno nella vita, non vi è possibilità di passare senza produrre alcuna traccia. Un sorriso lascia un segno diverso da quello di uno sguardo imbronciato; salutare arrivando in ufficio lascia un segno diverso da quello di chi passa senza un saluto. Il tema non è se lasciamo un segno, ma quanto siamo consapevoli degli effetti che produciamo con i nostri modi di comunicare, ascoltare, reagire, sorridere o tacere; non possiamo dire a fondo chi siamo se non sappiamo dire il segno che lasciamo con il nostro esistere.

 

Parlare con se stessi di sé è dunque indispensabile. La nostra capacità di conversazione interiore ci connette direttamente con la nostra capacità di cambiare. Quel che mi dico di essere è quel che conosco di me, e anche quel che posso cambiare.

Per parlare a sé di se stessi occorre mettersi a una distanza da sé, per essere in osservazione di come siamo, di quel che viviamo, di quel che facciamo, di come ci comportiamo. Il dialogo con se stessi ci trasforma in detective, in spettatori che indagano, analizzano, cercano prove e riflettono. Non è certo facile, perché non si può mai essere totalmente distaccati da se stessi, perché su nulla si può essere imparziali, tanto meno su se stessi. Se non è possibile un totale distanziamento da sé, è però praticabile assumere una prospettiva più accurata, piuttosto che una visione sommaria e confusa. Una prospettiva meno approssimativa non è fatta di colpi di genio, o di illuminazioni episodiche, è fatta di continuità e sforzo.

 

Possedere un linguaggio capace di sfumature e colori è come essere un’artista capace di ritrarre la realtà nelle sue dimensioni meno comuni.

Padroneggiare il linguaggio è un’abilità come qualsiasi altra. Richiede allenamento e pratica. Più alleniamo il nostro linguaggio, tanto più lo praticheremo con ricchezza e varietà. Ecco alcuni suggerimenti.

1  Nel descrivere qualcosa (es. un film che ci è piaciuto, un sentimento che proviamo) forzarci nel trovare parole e quindi pensieri originali, qualcosa che non abbiamo mai detto in quel modo, attenti al dettaglio nell’uso di un termine piuttosto che di un altro. Cercare espressioni nuove, magari usando metafore, immagini o analogie.

2  Leggere romanzi che non siano solo una sequenza di avvenimenti che si succedono, ma in cui vi sia anche attenzione alla descrizione di fatti, gesti, stati d’animo, in modo non retorico o già conosciuto. Cercare letture che ci sorprendano nel modo con cui descrivono qualcosa che conosciamo (es. l’amicizia), facendolo vedere in modo diverso e originale.

3  Vedere film nei quali vi siano conversazioni intelligenti, acute, argute e non banali. Dove i personaggi usano parole non scontate, ma sorprendono nel parlare della vita o di ciò che vedono.

4  Essere attenti a come le persone descrivono la realtà, alle parole che usano. Accorgersi di chi usa espressioni originali e acute, di chi usa il linguaggio con accuratezza e appropriatezza, per trattenere in noi quel suo modo; cercare di sentire il suono delle sue parole e soffermarsi su di esso per farlo risuonare in noi.

 

 

Alcune buone regole per intraprendere una conversazione con se stessi:

1  considera e convinciti che ogni tuo comportamento ti appartiene, ti riguarda, ti indica qualcosa che sei. Una volta riconosciuto che ogni tuo comportamento e scelta ha un legame con le tue modalità di essere, cercalo: lo troverai;

2  ricordati che vi sono automatismi inconsapevoli nei tuoi comportamenti e nei tuoi pensieri, condizionati dalla tua esperienza;

3  evita di attuare modalità difensive nell’interpretare i tuoi modi di agire, le tue decisioni e anche le tue reazioni, ma chiediti “perché sono anche così?”;

4  guarda tutte le emozioni che vivi verso gli altri, quelle positive ma anche quelle negative, come uno specchio nel quale trovare qualcosa di te, qualcosa che interessa i tuoi modi di essere, belli e meno belli;

5  allenta e frena il timore di scoprire qualcosa di te che non conosci ancora;

6  non generalizzare, pensando che singoli aspetti di te possano essere gli stessi in ogni situazione che vivi;

7  accetta di avere dentro di te delle contraddizioni e delle ambiguità, incoerenze e bugie che ti nascondono qualcosa che non vuoi incontrare.