L’esperienza del proprio fallimento è un disagio difficile da tollerare, da elaborare.

Perché quando falliamo stiamo certificando l’insufficienza e l’inadeguatezza delle nostre capacità. Una mina contro il nostro bisogno di poterci sentire al sicuro dei mezzi cognitivi e delle abilità che abbiamo a disposizione, a cui ci affidiamo per il controllo della nostra vita. Ma non bastasse già questo a fare del fallimento un evento destabilizzante, siamo anche esposti alla vergogna. Il vitale bisogno di inclusione affettiva e di accettazione sociale si sentono minacciati dall’insuccesso. Stigma visibile che compromette le credenziali della nostra identità e la nostra necessità di non essere esclusi o derubricati nella stima degli altri.

Contro il fallimento si mobilita massicciamente l’inconscio. Preventivamente, frenandoci da esperienze, scelte o desideri che vi si potrebbero imbattere. Ma anche a fatto avvenuto, dissimulandolo o rimuovendone la nostra complicità.

Se consideriamo fallimento quando non realizziamo un obiettivo, allora vi concorrono due ingredienti: i modi con cui ci siamo impegnati e la natura dell’obiettivo scelto. Per questo non tutti i fallimenti sono simili. Vi sono quelli dovuti a carenza di impegno o di capacità. E quelli dovuti a obiettivi in realtà irrealizzabili. Fallimenti che potrebbero essere evitati, se non vi fossero le sostanze nocive di un impegno al risparmio, un timore di troppo o una preparazione insufficiente. Oppure l’affidarsi a obiettivi sproporzionati e maldestri di comprensione.

Ma anche sappiamo che una vita senza fallimenti è una vita che non si è spostata da sé stessa. Perché il fallimento a volte è la conseguenza di esserci spinti a sconfinare. Quando ci impegniamo per obiettivi nuovi e inconsueti. Si fallisce, ma è insuccesso che insegna, che illumina di consapevolezza e di scoperte. Perché non viene dalla penuria della speranza, ma, all’opposto, dal coraggio di esserci diretti oltre, rischiando la novità. Oltre le abitudini, oltre le esperienze automatizzate, oltre i timori che frenano e scoraggiano. Si incontra il fallimento, ma si è su una strada di evoluzione.

Ma ci occorre un’educazione psicologica per saper fallire, per rischiare il fallimento.

Uno degli ingredienti indispensabili è la convinzione di poter cambiare la pasta di cui si è fatti. Credere che sia possibile rimodulare i propri modi, sentimenti e pensieri. Allora la frustrazione dell’insuccesso viene mitigata e riscattata dalla certezza di potersene arricchire, di poter imparare.

Diversamente, si evitano esperienze nuove, che potrebbero portare al fallimento, quando si ha una convinzione entitaria della propria identità. Quando si crede che la propria personalità e i propri modi di essere siamo entità immobili e immodificabili. Quando si crede di “essere fatti così”. Se si incontrasse il fallimento sarebbe solo una sterile frustrazione, senza sapersene che fare, visto che tanto non crediamo di poter cambiare e trasformarlo in futuro.