Facile a dirsi, che occorre saper sbagliare velocemente. In realtà, la mente è predisposta a renderci l’errore un’esperienza pericolosa, perniciosa, da evitare.

Non tutti gli errori sono uguali, lo si sa. Vi sono errori di pensiero, di scelte scorrette e di azioni venute male. Vi sono errori di previsione, aspettative che si sono rilevate sbagliate. Vi sono errori dovuti al poco impegno, o alla negligenza. Vi sono errori che hanno conseguenze solo per noi e quelli che toccano con i loro effetti altre persone. Vi sono errori perché era la prima volta. Ed errori perché si è osato troppo. Vi sono errori di niente ed errori per niente.

E poi ci sono gli errori che non sappiamo, quelli di cui non siamo consapevoli. Bias automatizzati della mente che ci fanno prendere scorciatoie, trascurando fatti e contenuti da considerare. Errori in buona fede, perché ci siamo troppo affidati ai nostri pensieri spontanei, facilmente accessibili e disponibili. Errori di cui non ci accorgiamo perché ci manca la capacità di vederli, di accorgercene, perché siamo cechi a noi stessi, come direbbe Luft. 

E tra gli errori vi sono gli errori che si temono, che non verranno mai fatti, errori che si eviteranno, trattenuti prima, preventivamente, dalla paura o dal dubbio o anche dall’esperienza.

La nostra mente, sebbene sia predisposta ad accorgersi dell’errore, a farne un contenuto da porre sotto i suoi riflettori, ha un rapporto controverso con gli errori, ne ha bisogno e allo stesso tempo non li sopporta

Vi sono neuroni nella corteccia cingolata mediana dedicati a rilevare errori, ovvero feedback negativi rispetto alle previsioni sulle nostre aspettative, verso ciò che avremmo potuto vivere. E’ attraverso la rilevazione degli errori che la mente mette a punto l’esplorazione del mondo. Riconoscere l’errore è indispensabile perché consente di conoscere e imparare il confine di ciò che si può fare e di ciò che si può prevedere. Occorre imbattersi nell’errore perché la mente abbia una misura di dove si possa arrivare.

Ma non è tutto, come sappiamo. Perché la mente ha anche un pessimo rapporto con l’errore, soprattutto preventivamente. Lo teme, lo associa a conseguenze dannose, soprattutto se visto e intercettato dagli altri. Collegate all’errore non vi sono solo le strutture neuronali che hanno bisogno di conoscere ciò che è possibile, vi sono anche quelle – altrettanto necessarie alla sopravvivenza – che hanno bisogno di legami, di appartenenza sociale. Infatti, vi sono connessioni tra l’esperienza dell’errore e l’attivazione delle strutture neurali che presidiano le nostre modalità prosociali. In occasione di errori, consapevoli, che sono in relazione con gli altri, si attiva la corteccia cingolata anteriore dorsale del cervello, la struttura neuronale che elabora il dolore fisico o sociale. In altre parole, la mente è predisposta biologicamente a elaborare l’errore come una minaccia alla nostra appartenenza sociale, adottando l’equazione che sbagliare significa rischiare la solitudine. Perciò in occasione degli errori produce dolore. E quando si prova dolore si impara anche a temere che si possa ripetere.

Sicché, è auspicabile un rapporto generativo ed evolutivo con l’errore. Ma non è il facile buon senso, non sono le parole pronunciate a una convention aziendale, oppure accattivanti citazioni pubblicate nei social, a poter vincere e convincere strutture biologiche della mente che hanno profondamente incarnato l’errore come un pericolo. Occorre di più, per conquistare una relazione di coraggio e di fiducia verso l’errore. Occorre un’educazione, che scriva nel cuore possibilità che non ha ancora imparato.