E’ ancora auspicabile e desiderabile possedere una o più virtù? Oppure la parola è diventata antiquata, come un molesto e stucchevole retaggio di un passato che non ci riguarda più?

In un tempo di egemonia delle emozioni, e della delega ad esse della nostra rotta cognitiva e valoriale, l’idea della virtù è quanto di più estraneo vi possa essere. Come un abito polveroso, che odora di canfora, quando si vorrebbero indossare sempre le infradito.

Da tempo si è persa traccia della virtù. Già Musil nel 1930 pubblicava “L’uomo senza qualità”, specchio di un mondo che aveva abbandonato il bisogno di misurarsi con il possesso di virtù. Così eccoci qui, dove ormai siamo ben disponibili ad accettare leadership palesemente prive di virtù.

Che sia proprio questo l’epilogo della virtù e della sua funzione? Nonostante avesse perso smalto e rilevanza, la virtù è stata sempre un requisito che si richiedeva a chi aveva o aspirava ad avere ruoli di leadership. E chi ne occupava il posto, ancorché ne fosse in difetto, cercava di mascherare le proprie carenze di virtù e di rivendicarne il possesso.

Oggi, proprio da chi ha ruoli di leadership viene una palese esibizione di mancanza di virtù. Ci si dichiara persino compiaciuti di esserne carenti, senza neppure sforzarsi di mascherarne l’assenza.

E sembra che vada bene così, che possiamo farne a meno della virtù, che possiamo sentirci totalmente alleggeriti e liberati dal doverci misurare con il molesto possesso di virtù. Possiamo credere di poter stare con le infradito e i bermuda tutto il giorno.

PS: Forse merita ricordarci cosa è stata la virtù. Per Platone, e per molti che sono venuti dopo, la virtù (areté) era l’impegno nel realizzare al meglio la nostra funzione di essere umani. La virtù a lungo è stata sinonimo di perseveranza e dovere nel cercare (prima) e nel realizzare (quindi) ciò che di meglio un essere umano può essere: con il suo pensiero (saggezza), con le sue scelte (coraggio), con il suo rispetto degli altri (temperanza) con la sua etica (giustizia).