Ciò che viviamo non è ciò che ci accade, non sono i fatti, ma come interpretiamo ciò che ci accade. 

Tanto più ciò che ci succede tocca corde significative delle esperienze che abbiamo vissuto, maggiore è il contributo delle emozioni e delle loro finalità in ciò che interpretiamo.

Un ingrediente che influenza l’interpretazione di ciò che viviamo, e quindi i vissuti che proviamo, sono le aspettative, che accompagnano, più o meno consapevolmente, la relazione con quel che ci accade. Una partecipazione interpretativa, quella delle aspettative, che rappresenta una delle principali condizioni che ci procurano sofferenza, quando ci imbattiamo nella sproporzione tra quel che attendevamo e quel che viviamo.

Una condizione tanto foriera di dolore che vi sono, sin da tempi antichi, filosofie e religioni che ancorano se stesse sulla capacità di liberarsi da ogni aspettativa, dal sapersi astenere dallo sperare, dal credere, dal desiderare, prevenendo così l’inevitabile appuntamento con la delusione e il dolore.

Ma potrebbe essere preferibile un’altra prospettiva; che non tutte le aspettative deluse vengono per nuocere. Ovvero, vi è un valore necessario della sofferenza. Ovviamente non di tutta la sofferenza che si può vivere. Vi sono però fallimenti e sofferenze che è stato meglio aver vissuto, piuttosto che essersi privati delle speranze e delle aspettative che li hanno alimentati. Vi sono consapevolezze, scoperte, apprendimenti che non sarebbero stati possibili se non fossero stati preceduti da fallimenti e dolori, senza attese che hanno spinto oltre il perimetro rassicurante e prudente di ciò che già si conosceva. Come si può saper amare senza aver sofferto di attese d’amore? Come si può capire ciò che ha valore senza aver sofferto di attese scontentate?

Appare allora vantaggioso un governo delle aspettative. Di quelle che abbiamo di troppo, ma anche di quelle di cui dobbiamo avere il coraggio, per saper affrontare la sofferenza che ci espugna quando proviene da un’aspettativa delusa.

Innanzitutto è benefico considerare quale tipo di realtà previsionale hanno adottato le nostre aspettative. Ad esempio, aspettative errate sulla fatica e la sofferenza che potremmo vivere influenzano e condizionano la natura e la quantità di disagio che vivremo e la fatica che sentiremo.  Molti esperimenti dimostrano che la percezione di affaticamento che proviamo è influenzata dalle nostre aspettative della durata temporale dello sforzo. Lo stesso impegno con aspettative di fatica differenti produce vissuti differenti di sforzo. 

Un secondo aspetto che riguarda come si strutturano le aspettative è la nostra relazione con il disagio e l’insuccesso, quanto abbiamo necessità di evitarli e di sfuggirli. Se il dolore e il disagio, la tristezza e l’ansia sono esperienze di cui ci si vorrebbe sbarazzare, che consideriamo nocive e ingombranti, è facile che le aspettative a cui ci affideremo saranno prudenti e controllate, per evitare di ritrovarci con vissuti di ansia, dispiacere, frustrazione o paura, considerate emozioni negative, che richiedono allontanamento. Occorre una relazione di ascolto del nostro disagio, senza rimozione, demonizzazione o la convinzione che sia da medicalizzare, per riconoscerne così quelle forme e quei contenuti che sono consanguinei della nostra capacità di cercare, sperimentare, esplorare.

Perciò, accordarci con le nostre aspettative, con la loro funzione progettuale, proiettiva e desiderante, richiede di saperci ristrutturare cognitivamente, modificando i presupposti che prefigurano una realtà minacciosa e negativa. Saperci attendere di realizzare amore, emancipazioni ed evoluzioni e allo stesso tempo accettare l’eventualità di un fallimento, perché ne sappiamo immaginare una sofferenza accettabile. Il sentimento di pericolo e minaccia sono il modo con cui il nostro cuore ha imparato a proteggerci. Non sempre nel migliore dei modi.