Essere sensibili: tra l’inferno e il paradiso

Essere sensibili: tra l’inferno e il paradiso

Essere sensibili si manifesta in molteplici manifestazioni. L’affermazione “sei una persona sensibile” può intendere tanto una straordinaria capacità percettiva verso i piccoli dettagli da cui si è circondati, quando un’eccessiva subordinazione a quel che si vive, “sei troppo sensibile”. E ancora. Si può essere sensibili perché attenti a tutto ciò che potrebbe contenere una disconferma della propria identità, dunque sensibili nel proteggere e vigilare il riconoscimento del proprio io. Tanto sensibili tanto da essere permalosi. Oppure la propria sensibilità si accende e si propaga quando è nelle vicinanze di una sofferenza degli altri, come fosse uno specchio a cui attinge il proprio bisogno di fratellanza.

Ciò che accomuna tutte le versioni della sensibilità, in modo più o meno accentuato, è la fragilità, una specifica forma di fragilità: la predisposizione ad essere toccati, modificati, se non intaccati, dalla relazione con il mondo e gli altri.

Non si possiede sensibilità, meglio dire che dalla sensibilità si è posseduti, perché è sensibilità della ferita, dell’esperienza vissuta nel passato con dolore che ha lasciato nel futuro a venire dell’io una predisposizione vigile ad accorgersi di specifiche esperienze o di specifici accadimenti. La sensibilità coincide con una zona emotiva precaria, in cui sono accentuate le attenzione e la sorveglianza. Quando viene toccata la propria sensibilità viene sfiorata una parte di sé vulnerabile, gracile, che si accende e reagisce reclutando percezioni, emozioni, paure, desideri.

La ferita possiede un potenziale di percezione, di attenzione. L’eredità di una ferita, anche inconsciamente, allena uno sguardo accurato, meticoloso. Un’eredità che appartiene anche alla sensibilità. Ma come di ogni ferita, un’inclinazione sensibile può essere benefica quanto può essere dannosa, può alimentare generatività e creatività, oppure costringere, all’opposto, a paralizzarsi e nuocere.
Si potrebbe essere talmente sottomessi dall’universo delle proprie emozioni sensibili da contrarsi e chiudersi in un’introflessione, ritirandosi in uno stato d’animo incerto e precario, persino impoverito.

Ma si farebbe un cattivo servizio alla propria fragilità se la si vivesse come un’esperienza indesiderata, incomoda, da trasformarla in uno scudo, in un riparo, o peggio, in un alibi.
Dalla ferita, e dalla fragilità che porta con sé, se ne potrebbe trarre la capacità creativa della sua ortografia sensibile, perché la creatività si nutre di uno sguardo attento, premuroso, con la sua capacità di intercettare l’invisibile e di farlo risuonare dentro di sé.
In breve, il peggio che si può fare della propria sensibilità è patirla, diventando così complici della ferita che porta in sé, invece che ricercarne le misure benefiche per arricchirsi della vita.

Uno dei principali e preziosi doni che mette a disposizione un sentimento sensibile è la qualità della propria solitudine. Una disposizione a recepire con intensità il dettaglio invisibile della vita consente alla propria solitudine di essere un’esperienza intensa e necessaria. Perché occorre un tempo intimo, personale e appartato per raccogliere i contenuti dalla propria sensibilità – lo sguardo della persona accanto che custodisce una timida luce, la dolcezza della mano di una bambina in quella della madre, la nuvola che indugia nel sole – perché diventino il proprio abbraccio alla vita.

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