“Tratta bene i tuoi occhi” Anonimo.
Portiamo con noi i nostri sguardi senza accorgercene, una compagnia discreta che non ci richiede di preoccuparcene, lo stesso delle mani o delle gambe, le utilizziamo senza sorvegliarne e percepirne il funzionamento. Beneficiamo di quel che ci consentono senza doverci interrogare su come li stiamo utilizzando. Facciamo nostro quel che vediamo, istantaneamente trasformato in pensieri, in emozioni o in decisioni, senza che ci occorra chiederci come sia arrivato nella nostra mente.
Lo stesso per tutti gli altri sensi, per le nostre funzioni percettive, le nostre interfacce periscopiche che scandagliano quel che ci circonda, svolgendo il compito di fornici la materia indispensabile per avere del mondo un pensiero e una conoscenza.
Ma dalla psicologia e dalle neuroscienze sappiamo che vi è un viaggio, una traversata cognitiva, che inizia con ciò che abbiamo davanti agli occhi per arrivare a ciò che pensiamo di vedere, o aver visto. Nel corso di questo viaggio, che avviene in frazioni di tempo, ma che si avvale di tempi lunghi, non solo quelli pur limitati delle proprie esperienze, anche quelli secolari immagazzinati nella cultura e nella società a cui si appartiene, in questo viaggio si perde, si aggiunge, si trasforma, si adatta la realtà a cui è rivolta la percezione sensoriale dello sguardo.
Perciò, sarebbe sensato occuparsi dei propri occhi, visto che tanto della nostra vita, delle nostre decisioni, delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti dipende da essi. Il che significa, ed è pratica che caratterizza ogni forma di attenzione e di cura, interrogarsi. Interrogarsi su come stiano vedendo i nostri occhi, non solo cosa stiano vedendo. Su ciò che potrebbero trascurare e ignorare, su ciò che potrebbero alterare adattandolo ai nostri modelli cognitivi, su ciò che potrebbero vedere di più, più a fondo, più lontano, più coraggiosamente.
“Ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in noi stessi”. Simone Weil. L’attenzione, prima di rivolgersi ai modi della nostra riflessione, all’accuratezza con cui si connettono idee, è vigilanza del proprio sguardo, di quali fatti e come ci fornisce per la nostra consapevolezza. E come ci ricorda Simone Weil con straordinaria lucidità, quando la riflessione si avvale di attenzione e di accuratezza dello sguardo se ne ottiene una consapevolezza che rende migliori. Poiché sovente il male che si ospita non viene da un pensiero inceppato nelle sue funzioni logiche, ma alimentato da contenuti ottenuti con uno sguardo approssimativo, a cui non si è prestato attenzione criticamente, perché fosse più accurato, problematizzato e dubitante. Non è dalle facoltà cognitive di assemblare fatti che si producono mostri, ma dalla cecità inconsapevole degli occhi.
