Anche se sembrano simili, desiderio e bisogno fanno strade diverse.

Il bisogno è l’espressione di una carenza, di una debolezza, di un vuoto che richiedono di essere colmati, per evitare del disagio o della sofferenza. E’ bisogno di cibo e acqua, a volte è bisogno di amore, come può essere bisogno di un lavoro o anche dell’ultimo modello di smartphone per non sentirsi di meno. Il bisogno impone la supremazia della precarietà e della fragilità. Nei bisogni parlano le mancanze, le dimensioni vulnerabili della nostra identità, che sono presidiate dalle emozioni e dal loro lavoro di protezione e difesa.

Il desiderio è altra cosa: “L’idea dell’infinito è il desiderio” (Levinas). Desiderium: ‘de’, mancanza di separazione e ‘sideris’, stella. Desiderio è ‘avvertire la mancanza di stelle’. Desiderando entriamo in relazione con confini più vasti di chi già siamo. Per questo il desiderio dialoga con gli estremi, l’estremo della nascita e quello della morte. Il desiderio è generativo, è proiettato verso qualcosa che ancora non esiste, da realizzare. E proprio per questo è anche impegnativo, minaccioso. Perché l’oggetto del desiderio è precario, è meta incerta.

Nel desiderio non si trova una fragilità che cerca compensazioni e riequilibrio, vi è invece un disequilibrio, che mette in relazione alle stelle, lontane e allo stesso immaginabili. Nel desiderio vi è una tensione realizzativa di sé, più forte della preoccupazione presidiata dai bisogni timorosi della propria fragilità.

Mentre il bisogno ci lega alle nostre debolezze il desiderio vive del sentimento della nostra ulteriorità. Scrive Buber: “In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, che muove l’aspetto più intimo del proprio essere”.

Un bisogno può estinguersi, definitivamente o ritornare ciclicamente creando un ordine della vita (mangiare, dormire, lavorare). Un desiderio non viene mai del tutto soddisfatto, sin tanto che vive rimane sempre in una distanza, come le stelle. Una distanza che non è mortificante, ma la condizione stessa della sua esistenza, di proiettarci verso un traguardo che supera i confini d’identità già raggiunti. Mentre il bisogno vive per essere colmato, il desiderio vive per essere desiderato.

Il desiderio si nutre delle precarietà della vita, non per sanarla o rimediare, ma per esplorarla, sfidarla. Soprattutto quando il desiderio riguarda un’Altra persona.
L’Altro per essere incontrato e avvicinato richiede un desiderio, che non aspira alla conquista. Quando è desiderio dell’Altro, e non bisogno, si accetta il rischio che si corre, di poter soffrire, di poter essere delusi, di poter essere abbandonati, animati dallo scopo di approssimarci non di prendere, di partecipare non di impossessarci. Per questo il desiderio dell’Altro non può essere attivato dal pensiero, dallo sforzo razionale di pesare il giusto e il meglio. Il desiderio ha necessità di incontrare la bellezza, di un gesto, di uno sguardo, di una voce, di un sentimento. Dove vi è desiderio sovente vi è anche l’esperienza della bellezza, che è varco nell’equilibrio che si vive attraverso l’esperienza estetica, di ciò che si percepisce e si sente. Imparare il desiderio dell’Altro significa imparare il sentimento per la bellezza, desiderare stelle che non si potranno afferrare, ma solo ammirare.

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Ma in un presente che appare tanto colmo di ignoto può accadere che ci rinchiudiamo e rifugiamo in uno spazio senza cielo, troppo piccolo per avere stelle. Perché per sentire il desiderio di una stella lontana e remota occorre saper vivere la vastità come benefica e non minacciosa. Siamo avvolti da una grandezza che spaventa, che spinge a proteggersi nello scetticismo, privo di un cielo colmo di stelle da desiderare.

Lo scetticismo sembra essere uno dei prodotti psicologici di questa epoca della vulnerabilità. Si crede sempre meno ai sogni. E con la loro scomparsa si ecclissa la capacità di desiderio. Rimangono i bisogni.