Sentirsi innocenti

Sentirsi innocenti

Ci occorre, alla narrazione di noi stessi, alla nostra autostima, sentirci innocenti. È psicologicamente penoso doversi riconoscere autori di gesti o scelte che in cuor nostro condanniamo e biasimiamo.

Infatti, è componente fondamentale nella coscienza di sé, nell’idea che si ha di sé, la necessità di includervi anche la giustizia. Appartiene alla natura umana, ma forse alla natura di ogni essere vivente, la forza trainante verso comportamenti che si curano della corretta convivenza. Una matrice morale osservabile in ogni animale che impone di essere parte e non singoli e la necessità vitale nel proteggere sé di curare anche gli altri viventi simili e non.

Così anche nell’essere umano, salvo eccezioni patologiche, è ben presente l’imperativo morale e ciascuno, nel definire e sapere chi sia, include la necessità e l’aspirazione di sapersi una persona giusta.

Senonché la complessità cognitiva e psichica che ci caratterizza ci consente una dialettica e una discrezionalità nei confronti della natura, delle forze bioneuronali che abbiamo in comune con gli altri animali. Ci possiamo cioè sottrarre a ciò che pur consideriamo giusto, siamo liberi di mentire, di ingannare, di essere opportunisti oppure codardi.

Sovente accade dunque di dover affrontare, riguardo i propri modi di agire, prima di ogni valutazione esterna, il proprio tribunale interno, quello della propria coscienza. In questo impegnativo faccia faccia con sé stessi si può osservare la diversa consistenza del rapporto di ciascuno con il proprio ideale di persona giusta.

A volte perché non vi è possibilità di sottrarsi all’evidenza, altre perché si è dotati di una solida e severa autocritica, si ammette il proprio allontanamento da quel che avrebbe dovuto essere giusto o corretto. Poi da questa ammissione ne derivano differenti traiettorie nell’elaborare la propria carenza: dal considerarla la conseguenza più o meno inevitabile, di condizioni esterne a cui si è stati costretti, da non ci si è potuti sottrarre; al considerala invece l’esito di una propria lacuna, una mancanza nella propria volontà o nelle proprie capacità.

Vi è anche il caso, grazie alla defilata e celata regia dell’inconscio, nel quale si rimane nell’animo innocenti, intonsi, neppure macchiati dalla consapevolezza di aver deviato dal giusto, pur se nell’evidenza dei fatti i propri comportamenti ne sono lontani. È una forma di cecità psichica che consente il beneficio di credersi innocenti, salvando così la convinzione di essere la persona fedele ai propri valori. Si agisce in modo iniquo, disonesto, opportunista e si rimane cechi nella coscienza, convinti di rispecchiare la propria aspirazione ad essere una persona giusta. Una cortina di resistenza inconscia si è mobilitata per impedire che si debba considerare che nella propria identità non vi sia la giustizia di cui ci si sente portatori.

Hannah Arendt ha scritto della banalità del male, del male che non appartiene a coloro che sanno di agire scorrettamente, ma quello più inquietante e pernicioso, perché non è arrivato alla coscienza e dunque non consente neppure che possa essere affrontato da una conversazione, quello di chi nell’intimo della propria coscienza si crede innocente. Un male che lascia l’autore salvo dal dolore naufragante di dover ammettere di non essere la persona a cui la propria autostima si è aggrappata.

Si pensi ai genitori che si dicono innocenti con figli che hanno commesso atti atroci e delinquenziali. Si pensi a chi mente o inganna ed è così posseduto dal suo inconscio da non vedere nella propria azione alcuna menzogna o inganno.

Banale, infine, evocare chi ha nella proprie mani potere nel determinare equità e giustizia sociale. Non tutti sono consapevoli artefeci di ingiustizie e scorrettezze.  Molti ve ne sono convinti di realizzarle il giusto quando decidono in realtà discriminazioni, esclusioni, privilegi, condoni. E sono i casi più nocivi le persone disoneste ma totalmente convinte di essere innocenti, nelle quali l’inconscio le sottrae alla responsabilità umana dell’autocritica.

Nella coscienza dell’essere umano, in quel che crede di sé, vi è quasi sempre del buono, se non fosse per l’inconscio che a volte gli nasconde il peggio.

 

 

 

 

 

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