Dai pensieri al carattere e al nostro destino

Dai pensieri al carattere e al nostro destino

Una folgorante esortazione dal Talmud: “Sta’ attento ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Sta’ attento alle tue parole, perché diventano azioni. Sta’ attento alle tue azioni, perché diventano abitudini. Sta’ attento alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Sta’ attento al tuo carattere, perché diventa il tuo destino.”

Anche Eraclito, nel 500 a.c., in modo lapidare ammoniva il profondo legame tra il proprio carattere e ciò che la vita ci riserva: “Ethos anthropoi daimon”, ovvero, il carattere, il proprio demone, crea il proprio destino.

Tutto ciò molto, molto prima che si formasse una scienza psicologica e la ricerca neuroscientifica trovasse le evidenze empiriche dei nostri demoni, delle automazioni cerebrali inconsapevoli e inconsce che si plasmano attraverso le esperienze vissute e architettano la nostra vita futura, il nostro destino.

Se si accetta l’esistenza di un legame tra il nostro carattere e quel che ci accade nell’esistenza, se si accetta che ciò che viviamo non sia quasi mai casuale, prodotto dal fortuito svolgersi degli avvenimenti con cui siamo in relazione, se invece si accetta che quasi sempre siamo artefici di quel che entra nella nostra vita, di esperienze che ci piacciono e quelle meno, di relazioni felici e quelle infelici, di successi e fallimenti, di desideri realizzati e quelli sempre in attesa, se si accetta che via sia un legame di causa e conseguenza tra i nostri modi di sentire, di pensare, tra le nostre capacità, quelle che abbiamo e quelle che ci mancano, tra le nostre emozioni che ci aiutano e quelle che ci limitano, con ciò che ci accade, se si accetta questo significa che il nostro carattere è il nostro destino.

Dunque, la conseguenza non sarebbe di affliggersi per un mondo che ci delude, che ci impedisce di realizzarci, che è popolato anche da persone scorrette, che non ci comprende come vorremmo. Forse più utile, perché ottiene migliori risultati, considerare come stiamo prendendoci cura del nostro carattere, per le sue conseguenze sulla nostra vita.

Ritornando alle splendide parole del Talmud, ci indicano nei nostri pensieri la sorgente del nostro carattere. Il nostro carattere inizia e si instrada da come analizziamo, valutiamo, elaboriamo quello che percepiamo, quello che ci accade. I pensieri sono sostanza, sono concime, sono materia che alimenta il suolo di altri pensieri, che sviluppa radici ed eleva foreste. Sicché occuparsi del proprio carattere significa chiedersi come stiano nutrendo i nostri pensieri, a quali pensieri consentiamo sovranità nella nostra mente e se ci piace tutto ciò. Se ci pare faccia bene al nostro carattere il mondo di emozioni, di valori, di certezze alimentati dai nostri pensieri.

Perché con i pensieri giungono le parole. Che non meno imprimono nella nostra identità il loro marchio, la traccia a cui si allineerà la nostra vita. Perché le parole non sono solo contenuto, sono uno stile, un modo di occuparsi di sé e degli altri, di plasmare vita. Poiché alle parole seguono le azioni, il segno tangibile che si produce o non si produce nella vita, la traccia che si lascia di sé e le conseguenze che genera. Possedere le nostre azioni, ciò che generano di esistenza attraverso di esse, è l’esito dei pensieri che ospitiamo e delle loro parole, di come sanno esserci guida consapevole di quel che si potrebbe celare nel nostro cuore, di quel si dibatte di contraddizioni nei nostri desideri, di quel che ci intimorisce o ci dà slancio.

Sicché, ottenere una vita, un destino, che ci renda soddisfatti di quel che la riempie richiede un carattere che la renda possibile. E non ci si deve concentrare sulle azioni che adottiamo, ma dove si generano le loro premesse: i pensieri a cui ci dedichiamo e le parole che pronunciamo.

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