La carenza è un sentimento complicato. E’ ovvio, ed è facile ammetterlo, che siamo carenti. Più difficile saperla cercare e incontrare, la nostra carenza. Perché è un appuntamento con una minaccia: alla solidità della nostra autostima e alla necessità di avere nelle nostre mani la nostra vita. Anche nella vita organizzativa sentirsi carenti è faticoso da accettare, quando intorno a noi tutto spinge ad esaltare la pienezza, la competenza, l’eccellenza.

Eppure potrebbe essere proprio la nostra carenza la soglia oltre la quale possiamo trovare una leggerezza e una liberazione. “Non ho saputo capire”, “Non sono capace come gli altri”, “Ho avuto paura”, “Non mi so spiegare” “Non ho leadership” “Non so essere sempre sincero”. Potrebbero essere insostenibili ammissioni di colpa, mortificanti carenze di cui dolersi. Oppure potrebbero essere imperfezioni a cui giungiamo come un approdo, porto in cui ancorare, con onestà, sicurezza e serenità, chi siamo, dove troviamo senza eluderle anche le nostre amabili carenze. La conoscenza, si sa, è liberatoria.

Riconoscersi in una propria carenza con accoglienza benevola diventa così un gesto psicologico che dà forza, che ci sottrae al tribunale del giudizio degli altri, alla rappresentazione di un mondo valutativo a cui essere adeguati. “D’accordo, non ho un grande temperamento. E nondimeno sono io. Evviva”

Possiamo trovare l’amore per noi stessi guidati dal bisogno di sentirci approvati, rimuovendo e ignorando le nostre carenze che ci farebbero sentire inadeguati. Oppure possiamo trovare l’amore per noi stessi perché siamo capaci di incontrare noi stessi anche nelle nostre imperfezioni, liberi dal disagio di una mancanza di conformità a come si deve saper comunicare, all’importanza di pensare positivo, al possesso di una leadership carismatica, alla sicurezza nel prendere decisioni, alla certezza nelle nostre idee.

Scrive De Luca: “Quello che manca non si può contare”.La carenza è squarcio che ci apre sull’ignoto, e richiede la capacità di amare se stessi, anche per quello che non sappiamo ancora di essere. 

Il sentimento della propria debolezza carente sembrerebbe contrapporsi al sentimento della propria sicurezza. E’ un dualismo culturale che assegna alla sicurezza il possesso di qualità e non di imperfezioni.  Ma  non sono le carenze che minacciano la sicurezza, sono le nostre paure. Ma è proprio la vittoria sulle nostre paure che ci consente di incontrare le nostre imperfezioni. Ci occorre sicurezza per camminare passo dopo passo sulla fune sospesa della vita sapendoci deboli. Nell’accoglienza della carente debolezza della nostra esperienza, del nostro pensiero e della nostra verità troviamo la sicurezza e la forza della nostra relazione sentimentale con noi stessi e gli altri. 

Incontrare la nostra carenza, onestamente e apertamente, richiede l’opposto di una debolezza o di una fragilità, semmai la forza di un cuore che sa amare se stesso, totalmente e quasi incondizionatamente. Insomma, un cuore libero.

PS: Va anche detto che a volte ci si dichiara carenti, non per coraggio, ma all’opposto, per carenza di coraggio nell’assumerci le nostre responsabilità. Un sentimento di carenza opportunistico, che ci copre le vere e più faticose scarsità di cui siamo portatori.