“Anch’io inaugura un mutamento” (Barthes). 

Prima di ogni pensiero che riguardi le persone che incontriamo, vi è un sentire. E’ l’esperienza di ciò che proviamo attraverso lo sguardo, l’udito, la pelle, ma anche attraverso le paure, i desideri e i bisogni. Raramente l’Altro lascia indifferenti, quasi sempre genera un posizionamento, una disposizione del nostro sentimento in una distanza: dalla vicinanza sino all’estraneità più lontana. Per questo, uno dei modi che meglio possono dire chi siamo è la natura della distanza che abbiamo (e teniamo) dagli altri.

Possiamo avere parole, e anche convinzioni, che trovano buone ragioni per distinguere chi avere vicino e chi tenere lontano. Ma è il sentimento verso gli altri, amalgamato nel nostro profondo psicologico, che si tinge di simpatia o di antipatia, di accoglienza o rifiuto, a raccontarci chi siamo. La distanza che ci avvicina o ci allontana dagli altri ci ri-guarda, ci de-finisce in modo profondo e unico. 

Poiché l’Altro che incontriamo non è mai solo nel presente. Arriva sempre dopo, dopo i nostri timori, le nostre ferite, le nostre speranze, le nostre vulnerabilità. Precediamo sempre l’incontro con l’Altro con quel che abbiamo nel cuore. 

E’ dunque un appuntamento preannunciato, già deciso, il modo di sentire vicine o invece lontane le persone. Un destino che guida cosa sappiamo vedere, capire, accogliere o rifiutare, plasmato dal firmamento biografico delle nostre esperienze.

Forse per questo potremmo chiederci, ancorché questo sentimento sia in noi venendo da lontano, se il modo con cui ci separa dagli altri rispecchi i valori a cui ci pare necessario e importante credere. E se dunque, quel che sentiamo spontaneamente non richieda di essere corroborato con un pensiero, che si ricorda di come un’essere umano non sia riducibile a simpatia o antipatia, al mi piace o oppure no, alla impulsiva distanza in cui viene collocato dal sentire.

“La prossimità non è semplice coesistenza, ma inquietudine.” (Levinas).