Il nostro inconscio prende molto seriamente il dolore che potremmo vivere. E procede per priorità.

Prioritario è evitarci l’esperienza della sofferenza, cercando di allontanarci dalle sue fonti. Lontano dagli occhi lontano dal cuore. Senza accorgerci dimentichiamo, ignoriamo, costruiamo causalità e ragioni opportunistiche.

Se poi l’inconscio non riesce a evitarci di entrare in contatto con la sofferenza, procede adottando il secondo livello di priorità: ci indirizza verso la sofferenza meno dolorosa, verso il male minore. Così, può accadere che ci si trovi a bivi decisionali, dove entrambe le direzioni a disposizione possono portare a esiti disagevoli. Nel rapporto con la realtà, soprattutto quando è impegnativa e faticosa, il nostro inconscio velocemente ne valuta l’impatto emotivo e ci indirizza nella scelta. E la nostra risposta, per lo più inconsapevole, sceglie la strada di proteggerci da ciò che considera la minaccia maggiore. Immaginiamo, ad esempio, di dover aver bisogno della collaborazione di un collega molto difficile e poco collaborativo per portare a termine un compito. Scegliamo di tentare per l’ennesima volta uno sforzo di comunicazione, partendo dalla convinzione che potremmo essere più efficaci e che ci sono mancate sino a quel momento capacità persuasive. Oppure rinunciamo alla ricerca di collaborazione, e quindi non portiamo a termine il compito, oppure lo facciamo in modo meno completo, convinti che abbiamo già fatto del nostro meglio per costruire una collaborazione con un collega così indisponente. La scelta che prendiamo non necessariamente è la più corretta, ma quasi sicuramente è quella che ci consente un dolore minore. Infatti, lungo una direzione, ammettere di non avere buone ed efficaci capacità comunicative nelle situazioni difficili significa affrontare una ferita della propria autostima. Sull’altra direzione, otteniamo un modesto lavoro professionale, di cui possiamo però dirci di non esserne responsabili, a causa delle pessime qualità del collega.Un evento è stressante perché impegna il cuore nell’immaginare il fallimento che teme di più. Quello di un compito non completato di cui ci si è convinti che fosse impossibile o il dolore di un compito non completato sapendo di non esserne stati capaci?

Il nostro navigatore emotivo sceglie di indirizzarci verso il dolore meno disarmante, sulla base delle nostre capacità di affrontarlo. Sceglie il dolore di cui siamo capaci.

Dunque la relazione che abbiamo con il dolore, come esperienza di un danno al proprio io e alla propria autostima, costituisce una fondamentale direzione della nostra esistenza. Quali sono i dolori che il nostro inconscio ha imparato come esperienza da cui tenersi lontano? Nella loro vicinanza, sovente senza accorgerci, saremo cauti nelle direzioni, nelle scelte e nei modi di agire che adottiamo, pur di rimanere incolumi. 

Eppure ben sappiamo che il dolore è un’esperienza umana indispensabile, perché squarcia la nostra vita di pensieri e di consapevolezza, di scoperte e di profondità, di autenticità e di trasparenza. La conoscenza frequentemente è in compagnia del dolore. 

Sempre che si desideri la vita come esperienza in cui immergersi, e non solo da transitare.