Chi non ha un doppio nel suo cuore? Che ne sia consapevole, oppure no.

La letteratura è piena di personaggi doppi. Forse il dilemma che si vive con la pluralità di sé, con il molteplice della propria identità, è una dei topoi più frequentati dalla letteratura. Da Omero a Pirandello, da Shakespeare allo strano caso del dott. Jekyll e del sig. Hyde di R. L. Stevenson. Senza tralasciare il doppio presente in ogni eroe.

Non si tratta solo di avere desideri contrastanti, sogni che si oppongono. Il doppio riguarda più radicalmente e profondamente le fondamenta stessa della nostra identità. Nel doppio entrano in conflitto modi di sentire, emozioni, comportamenti, fedeltà e aspirazioni. Nella duplicità si contrappongono modi di dare forma ed espressione al proprio io. Direzioni opposte del cuore nelle sue paure e nel suo coraggio, nelle sue volontà e nelle sue pigrizie, nelle sue parole e nei suoi silenzi.

Il doppio sta all’aldilà e all’altrove di noi stessi, non sono solo sfumature. Il famoso portoghese produttore di doppi di sé, Ferdinando Pessoa, scriveva: “La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.”

E’ anche vero che non tutti hanno portato alla luce il loro doppio. Anzi, sono tanti coloro che hanno un’identità monolitica, ricorrente e ripetitiva. Niente di male, ovviamente. Vivere un proprio doppio non è meglio, è solo più faticoso. Magari consente anche di andarsene altrove a volte, di prendere strade nuove e sorprendenti.

Come sappiamo dott. Jekyll è la versione più professionale, rigorosa, rispettosa, ortodossa del protagonista. Ma a volte, non a caso di notte, ha il suo doppio, cupo e tormentato, isolato e solitario. Pericoloso e trasgressivo. Ancorché non sia affatto necessario svegliare il can che dorme e incontrare il nostro doppio, se giace dormiente sotto un cuore pacificato, vi sono donne e uomini che non posso evitare di essere visitati dal proprio doppio, negli interstizi della giornata, mentre si è in auto o si giunge a fine giornata trovando un momento di silenzio. Eccolo il doppio, l’altrove di noi stessi, a farsi sentire in una lacrima o uno scontento.

Da chiedersi dunque che farsene di questa compagnia. Se tacitarla e ignorarla, se soffrirla e subirne il rammarico di non essere diventata di più nella nostra vita.

Oppure. Oppure coglierne il suo viaggio, il suo itinerario di altrove. Non perché diventi tutto ciò che siamo, non perché diventi un pieno della nostra vita. Poiché il doppio non aspira a impossessarsi di tutto noi stessi. Ma ci offre l’opportunità di avere occasioni nelle quali prendiamo una via traversa, nelle quali cambiamo un poco i calori, nelle quali ci fermiamo e cantiamo a squarcia gola da soli o in una piazza tra sconosciuti. Tanto basta e ci basta. Abbiamo respirato aria nuova.