Che dire se affermassimo che la felicità è tutto ciò che ciascuno chiama felicità?

La felicità, come desiderio, è un prodotto culturale, non biologico. Per grandissima parte del nostro cervello l’obiettivo non è la felicità, ma la sopravvivenza. La felicità è un significante che si riempie di significato attraverso la riflessione e il ripensamento, attraverso l’interpretazione di ciò che viviamo. Non è nell’esperienza emotiva che viviamo in sè, ma è nel modo con cui siamo predisposti ad essa. 

Si potrebbe dunque dire che la felicità è un decodificatore esistenziale. Prendiamo le esperienze, prendiamo gli incontri, gli stati d’animo, le occasioni, le paure e le speranze, i gesti, prendiamo le attese e i sogni, prediamo i sorrisi o i fallimenti, quel che cerchiamo e quel che trascuriamo, prediamo tutto ciò che ci accade e lo inventariamo, ponendolo dentro o fuori la felicità. E questa codifica emotiva e non solo, questa ripartizione dell’esistere felice e infelice, solo in pochissima parte è nelle cose, nei fatti. A ciò che chiamiamo felicità il cuore ha dato un identikit, ricavandolo per lo più dalla cultura. La cultura della famiglia, degli amici, di ciò che si è letto o guardato, di ciò che si detto o ascoltato, anche da quella più vasta e sociale, con i suoi valori, i suoi consumi e le sue economie. Una cultura che indirizza nel pensare, nel vedere e nel sentire ciò che merita di essere chiamato felicità.

Accade così si possa chiamare felicità un’esperienza su cui non ci si è fermati a chiedersi da dove sia venuto questo confine, perché abbia proprio questa descrizione la felicità che desideriamo, tra le innumerevoli possibilità che abbiamo di dire ciò che chiamiamo felicità.

Nietzsche ha scritto che la felicità non è fare ciò che si desidera, ma saper desiderare ciò che si fa. Come dire: è felicità tutto ciò che vivo e che interpreto e includo nella mia vita come felicità. A volte non è nelle nostre scelte di essere infelici, il dolore accade e ci ferisce. Ma quasi sempre si può scegliere di essere felici.