Ciascuno vive la sicurezza in molte versioni. Perché riguarda di volta in volta, di esperienza in esperienza, ciò che suscita in noi cautela o tranquillità, reticenza o audacia. Possediamo differenti forme di sicurezza, in relazione alle diverse esperienze che viviamo: assaggiare un cibo sconosciuto in un paese straniero, illustrare le nostre idee davanti a un pubblico, oppure osare la prima parola con un estraneo o permetterci un no quando tutti si attendono un sì.

Così usiamo due parole opposte – sicurezza e insicurezza – per dire la stessa cosa: i modi con cui si manifesta, attraverso le emozioni che viviamo, il nostro navigatore psicologico dedicato alla nostra incolumità. 

Ogni sicurezza è l’esito di un apprendimento, di un’esperienza dell’insicurezza. Sono le ferite, la conoscenza del pericolo, la sperimentazione dell’insuccesso che hanno dato direzione e mappa alla nostra sicurezza, alla spensieratezza e alla confidenza della sicurezza.

Le vie dell’educazione della sicurezza per lo più sono inconsce. Quindi grossolane e generiche, perché l’inconscio non va per il sottile, arriva facilmente alle conclusioni avvalendosi di esperienze parziali. Pur di assicurarci un’efficace protezione dal dolore esaspera i pericoli e le minacce, trovandoli anche quando non ve ne sono. Per l’inconscio l’insicurezza è un’esperienza di limitazione e di sottrazione.

Oppure potremmo educare la sicurezza con lucida consapevolezza, avvicinandoci e sperimentando l’insicurezza non come minaccia, come freno o privazione. ma come esperienza da vivere incolumi. Rilke ha scritto un pensiero folgorante: “Essere sicuri significa conoscere l’innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di trasformarsi in forma.” 

Verso il nostro torto, il nostro errore, possiamo essere reticenti, silenziosi, al punto da negarlo, piegati dal timore insicuro delle conseguenze. Oppure lo possiamo riconoscere e conoscere, ammettere le nostre carenze e i nostri sbagli, possiamo attraversarlo con dolore. Ma in questo modo ne scopriremo anche un’innocenza commuovente e affettuosa, che non è di giustificarlo o legittimarlo, ma di vedervi l’innocenza della nostra insicurezza, la nostra umana incompletezza e imperfezione.

Vi è un’incolumità che si ottiene sottraendoci, evitando i pericoli, e vi è quella che si impara scoprendo che i pericoli non producono solo ferite, ma attraverso il dolore si trasformano e si possono convertire in una sensibilità arricchita, in consapevolezze che ci rendono più saggi, in scelte che ci rendono migliori, in modi di agire che ci rendo più sensibili.

Sempre Rilke continua: “Accogliere la vastità dell’insicurezza: in un’infinità insicurezza anche la sicurezza diviene infinita.”