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GianMaria Zapelli elsewhere

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Gli anni che ci si sente addosso (e dentro)

Gli anni che ci si sente addosso (e dentro)

Quanti anni hai? Sembrerebbe una domanda a cui è facilissimo rispondere. È ovvio, abbiamo un dato inequivocabile e imperativo, l’età anagrafica, la sequenza di anni, mesi e giorni dal primo respiro. Ma è anche inevitabile una relazione ben più articolata, e a volte complicata, con la propria età, che non si adatta né si appiattisce alla cifra che viene assegnata da una registrazione in un archivio comunale. Inevitabile, perché l’età è l’espressione più intensa e riassuntiva della marcatura del tempo nella nostra vita, sapendone l’inevitabilità della conclusione. Per questo, forse è più probabile affermare che l’età di ciascuno è più collegata al modo interpretare la durata della propria vita, di quanto lo sia alla data anagrafica.

Già la stessa età biologica del nostro organismo non è solo il prodotto quantitativo dei giorni di vita accumulati. L’età del corpo, la sua durata biologica, non è solo somma di tempo, ma anche qualità del tempo. Non possiede la stessa età un corpo trascurato, intossicato da droga o da troppo colesterolo o alcol, di un corpo di cui ci si è presi cura. Da ricordare sono anche gli effetti sulla durata biologica del corpo derivanti dall’uso che si fa della mente. È stato largamente provato che un uso intensivo e costante del pensiero analitico e della creatività ritardino il logoramento cellulare.

Ma, soprattutto, vi sono anche tutte le altre età che abbiamo, quelle che ci sentiamo di essere: l’età dei nostri sogni, quella della nostra curiosità, oppure l’età dei nostri desideri. In queste versioni la nostra età può scardinare e sovvertire quella anagrafica.
Perché vi è un’età psichica, per come definisce le coordinate del proprio modo di essere nel presente, dalla cui prospettiva si guarda al passato e ci si rivolge al futuro.

Tra le diverse età che abbiamo vi è anche quella potente e pervasiva della nostra età relazionale, sociale, affettiva, che solo in parte si adatta a quella che risale alla registrazione anagrafica. Così da adolescenti ci si poteva sentire più “vecchi” di quanto si era costretti dalla carta d’identità e da più adulti ci si può sentire felicemente adolescenti e infantili. È l’età che sentiamo di avere riflettendoci nel mondo che ci circonda, ricavandola dai modi, dalle parole, dagli abbigliamenti, dalle esperienze che vorremmo vicino e a cui ci sentiamo più simili. Questa nostra età palpita in noi anche allontanandoci da ciò che invece sentiamo estraneo, per stili di pensiero, atteggiamenti, a cui non sentiamo di appartenere. Con il cuore non guardiamo la conta degli anni, ma guadiamo al mondo come uno specchio nel quale ci piacerebbe rifletterci.

Per questo suscita sospetti di catene e moralismo il pensiero che ritiene ci debba essere un tracciato necessario nei modi d’essere secondo le diverse età che si vivono, un codice dei pensieri, dei desideri, degli atteggiamenti sancito dal binario inesorabile della vita. Invece l’età, per la sua consistenza psicologica, ben più importante di quella anagrafica, è un’espressione progettuale di sé, del modo con cui si prendono le tappe inevitabili dell’età biologica, della nostra relazione con la conclusione, e le si distillano come un ingrediente delle tante età che si possono vivere e portarsi dentro. E poco importa se qualcuno crede vi sia una fuga sentirsi ventenni a sessant’anni, quasi sia obbligo prendere la vita come un castigo.

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