Siamo nel tempo del protagonismo delle emozioni. L’eccitazione emozionale è diventata una dipendenza. “Provo emozioni dunque sono”. Una supremazia che mette in secondo piano e debilita l’esercizio del pensiero riflessivo, analitico e “freddo”.

E’ diventata fatica psicologica il tempo necessario per una riflessione che si spinga oltre il pensiero immediatamente pronto. Quando il pensiero si ritrae dietro le emozioni, non ne contrasta l’automatismo inconsapevole, ma ne corona lo scopo di presidiare l’equilibrio dell’io, proteggendolo da un dolore che sarebbe faticoso affrontare, come il dolore che potrebbe venire dalla consapevolezza di sé.

In questa ipermodernità dell’incertezza e della dimenticanza rimanere “in movimento” conta di più che arrivare (Perniola). Il movimento consente un grande beneficio: consente di evitare il dubbio. La grande velocità delle organizzazioni, l’afflusso di decisioni e relazioni spingono ad essere sempre sul fare e meno sul riflettere, ancor meno sul rifletter-si, che richiede i tempi lenti e controllati dell’introspezione e della riflessione. Vince una presenza concentrata sulla pragmatica dell’efficienza e del risultato, senza lasciare spazio alla pausa.

Questa rimozione del pensiero e della riflessione potrebbe non essere solo una conseguenza subita, E’ possibile che vi sia una collusione, una complicità, tra i modi del presente e il bisogno della mente di presidiare la propria sostenibilità psicologica. L’egemonia dell’emozione, e della sua modalità reattiva e non riflessiva, consentono un fondamentale appagamento: sentirsi meritevoli e soddisfatti di sé. Ancorché affaticati dallo stress, dall’affollamento di compiti e di attese, si arriva a fine giornata convinti di aver fatto del nostro meglio, di meritarci un apprezzamento, di non poter fare di più. E tutto senza alcun dubbio, senza quella pausa riflessiva e interrogativa che potrebbe indagare oltre le emozioni che si vivono, che potrebbe scoprire dell’altro, oltre le ragioni che abbiamo per dirci che questo è il nostro massimo.

E’ dunque possibile che nella rimozione del pensiero dedicato ad approfondire la consapevolezza di sé si celi un opportunismo, una strategia autodifensiva che ci evita di portare alla luce conoscenze ben più difficili da gestire dell’eccesso di compiti o impegni. Perché potremmo dover fare i conti con una consapevolezza che ci rivela che potremmo fare di più, parecchio di più, per essere genitori, amici, capi o collaboratori migliori. Potremmo incontrare che chi ci diciamo di essere non è poi del tutto vero, che le ragioni che ci siamo convinti di avere per essere meno sinceri, meno onesti, meno determinati, meno coraggiosi sono un modo per nasconderci possibilità che avremmo, da cui il timore o la pigrizia ci tengono lontano.

Ben venga dunque un mondo che ci satura di emozioni, che ci incalza di emergenze e di scadenze, senza darci tregua di pensiero e silenzio. Ben venga allora la densità emozionale incessante che ci protegge dalla riflessione. L’assembramento emotivo, pur con il suo carico di fatica, ci fa trovare pensieri e certezze sostenibili e la convinzione di aver fatto del nostro meglio. Senza essere destabilizzati dal chiederci quanto sia coerente la nostra vita con i nostri valori, cosa effettivamente stiamo cercando di cambiare di noi stessi per ascoltare ancor meglio le persone che amiamo, o per conoscere di più, per essere capaci di più coraggio o anche coerenza.