Immaginiamo che vi sia un sacco di cui sappiamo che contiene 10.000 palline. Lo apriamo e ne afferriamo una. È rossa. Ne prendiamo un’altra. È rossa. Poi una terza e una quarta. Sono ancora rosse. A questo punto, se ci fosse chiesto quale sarà il colore della quinta, sarebbe inevitabile la convinzione che il sacco comtenga palline rosse.
L’esperienza eccede abbondantemente i fatti e la logica: mancano ancora ben 9.996 palline da esaminare.
La mente continuamente arriva a conclusioni basandosi più sui propri processi neurocerebrali automatizzati e modellati dall’esperienza che applicando un pensiero che si avvale di una rigorosa analisi delle informazioni che si possiedono e del modo di utilizzarle.
Pensare è un processo conflittuale. Non è un percorso lineare compiuto dal sistema nervoso, partendo da una realtà percepita per arrivare a pensieri e conclusioni cognitive.
Appartiene solo all’essere umano una tortuosa differenza cerebrale, che assume la centralità di una differenza esistenziale, per i suoi effetti sulla vita che si vive: è la differenza tra coscienza e pensiero, tra consapevolezza e quel che si pensa. Questa differenza è il teatro di un conflitto neuronale e psichico squisitamente umano, dove si contrappongono spontaneità e fatica cognitiva, istinto e conquista di sé.
Pensare, ovvero avere nella mente pensieri su quel che si vede o si prova, sul colore che possono avere 10.000 palline in un sacco, non è sinonimo di coscienza e neppure di consapevolezza. Perché nel produrre pensieri, convinzioni, scelte la mente si avvale di un’officina neuronale che funziona senza necessità di consapevolezza e indirizzo volontario. In larga parte il cervello è in uno stato spontaneo di autogestione, senza avvalersi di una supervisione. I meccanismi di elaborazione della realtà percepita in pensieri avvengono principalmente in modo inconsapevole. Una condizione neurobiologica che consente grandi benefici psichici: velocità di pensiero e reazione, assenza di fatica cognitiva, sicurezza e affidamento alla propria mente.
Ma avere pensieri, avere convinzioni, fare scelte non equivale ad averne coscienza e tanto meno consapevolezza. Poiché sapere cosa pensiamo non significa sapere come pensiamo. Sapere di aver visto cinque palline rosse non significa sapere come siamo arrivati alla conclusione di credere che siano tutte rosse.
Se per coscienza intendiamo quello stato della mente nel quale siamo consapevoli di noi stessi e di quel che accade in noi, nei modi di influenzare la nostra elaborazione della realtà in pensieri e scelte, la coscienza per emergere e affermarsi deve instaurare un conflitto, deve ricorrere a specifiche strutture neuronali presenti nella corteccia prefrontale, che consentono l’espressione cognitiva più squisitamente umana: dubitare di noi stessi. Dubitare di quel che crediamo di vedere, delle conclusioni a cui è giunta automaticamente la nostra mente suggerendoci che tutte la palline siano rosse. Questo tipo di dubbio è opposizione a sé, conflitto con la propria mente e i suoi prodotti.
Ed è un conflitto non facile, portare in casa nostra, nel bisogno che abbiamo che la nostra mente sia affidabile e ci aiuti nel migliore dei modi a scegliere e vive, portarvi il dubbio. Incrinarla con il sospetto che possa ingannarci, che nel renderci facile un pensiero ci stia però sottraendo parte della realtà.
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