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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
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A benefica distanza da se stessi

A benefica distanza da se stessi

Sovente è questione di saper trovare la giusta distanza. Troppo vicino non consente di mettere a fuoco, troppo lontano non consente di riconoscere. Troppo vicino brucia, troppo lontano è gelo. Il cuore e il pensiero sono costantemente in bilico tra il rischio di una vicinanza eccessiva o quello di un’eccessiva lontananza.

Trovare la giusta distanza, quella giusta per noi, su misura del nostro benessere e della lucidità che ci occorre, non riguarda solo la nostra relazione con ciò che viviamo e incontriamo. Riguarda anche il governo delle nostre emozioni, che a volte sono troppo vicine, facendoci perdere consapevolezza o ci fanno troppo allontanare, facendoci perdere occasioni. Riguarda anche i nostri pensieri, quando sono troppo immediati e coinvolti o troppo distanti e indifferenti. Trovare la propria giusta distanza è dunque un modo per trovare se stessi, al meglio.

RIDURRE LA VICINANZA

Ci occorre a volte una distanza da dolori, ansie, infelicità, timori o preoccupazioni che reclamo adesione e partecipazione totalizzanti. Come anche ci occorre a volte la distanza dalle nostre convinzioni e dalle nostre certezze, quando mortificano e sopprimono il dubbio.

Qui sono proposti 5 modi per prendere per ottenere un distacco da ciò che vive, quando incombe di troppa vicinanza. 5 modi attraverso cui trovare più lucidità e padronanza d noi stessi.

  1. Autoironia. Il sorriso aiuta ad allontanarsi da ciò che troppo severamente cerca di imporsi. Sorridendo di noi stessi e di ciò che è esageratamente presente nel nostro cuore, o nella nostra mente, ce ne separiamo, lo ridimensioniamo Il ridicolo ha il potere di ridimensionare la prepotenza di chi reclama potere. Cerchiamo perciò il ridicolo presente nei nostri modi, quando esasperiamo o esageriamo quel che sentiamo o viviamo.
  2. Scrivere. Appuntare ciò che si vive, cercando di ricondurlo a una parola analitica e descrittiva, è un altro efficace modo di prendere le distanze da sé. Materializzare quel che si vive, trasferito nelle parole su un foglio (digitale o cartaceo) è un processo di oggettivazione che ne riduce il carico emotivo. Soprattutto, aiuta una scrittura che si dedica a riconoscere quel che si vive circostanziata e descrittiva. Una scrittura scientifica che fa di noi stessi un oggetto di studio, senza cerca consolazione, ma continuando a interrogarsi su cosa vi sia da comprendere ancore meglio di noi stessi.
  3. Dare un’etichetta ai propri modi d’essere. Abbiamo modi di essere che ricorrono, copioni psicologici da quali dovremmo essere più distanti, perché troppo impregnati da reazioni disfunzionali (timori, permalosità, sfiducia, ecc.). Li si può allontanare trattandoli come presenze inopportune, come parenti rompiscatole. Vogliamo loro bene, ma però che seccatura. Come fare? Dando a questi nostri modi ricorrenti un’etichetta, un titolo che li sintetizzi e li isoli. Un copione che ritorna. Se eccediamo in permalosità, potremmo scegliere come titolo da assegnare a questi nostri momenti “Il mio cuore sospettoso”. E nelle occasioni nelle quali ci accorgiamo della nostra permalosità attiviamo questa etichetta dicendo a noi stessi: “Ecco! La solita storia del mio cuore sospettoso”. Con un sentire benevolo e allo stesso tempo seccato e scocciato. In questo modo facciamo psicologicamente un passo indietro dalle emozioni che cercando vicinanza, perché vi vediamo il nostro eccessivo copione emotivo.
  4. Parlarne.Vi sono molti modi per descrivere a qualcuno ciò che si vive. Vi sono quelli totalmente identificati in ciò che si vive, che cercano nell’altro partecipazione e riconoscimento verso le emozioni che si stanno vivendo. Modi che chiedono complicità con le proprie ansie, con le proprie frustrazioni, o con le proprie ostilità. Ma vi è anche un modo di parlare di sé ad altri senza collusione e senza complicità. Si descrive quel che si vive senza cercare giustificazioni o necessità. Descriviamo noi stessi come fossimo un paesaggio, che cerchiamo di illustrare con le nostre parole a una persona cieca. Un paesaggio che, mentre lo stiamo descrivendo ad altri, lo stiamo scoprendo un po’ anche noi stessi con uno sguardo distante.
  5. Separarsi dagli oggetti. Si prende distanza da sé anche attraverso la separazione fisica da oggetti o cose. Separarsi da ciò che è radicato in noi è un gesto emotivo importante. Possiamo educarci a questa capacità di distacco rinforzandola nel commiato da oggetti che abbiamo raccolto, che stanno nei cassetti, negli armadi, che difficilmente mai più guarderemo. Sono pezzi di memoria che abbiamo stipato e che impariamo a farne a meno. Come saper fare a meno di emozioni che ci abitano da anni, ma sono ospiti molesti.

 

 

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