Il nostro cuore a volte si ostina ad avere e alimentare emozioni disagevoli e faticose. Il cuore persevera nel rancore, nell’odio, nell’invidia o nella permalosità. Perché è cosi difficile sbarazzarsene?

Anche se sono patimenti, ciò che ci fa vivere il nostro cuore ha sempre lo stesso paradossale scopo: cercare di farci del bene, o meglio, di evitarci il peggio.

Soffermiamoci sul risentimento. Il risentimento induce a tornare – ri-sentire – verso un’ingiustizia o una scorrettezza che si crede di aver subito. Un ritorno a eventi accaduti che avviene con un malessere non placato. Perché questo ritorno a una passata esperienza penosa, con il suo carico di tormento?

Se tutto ciò che il nostro cuore ci fa irresistibilmente vivere nasce da un bisogno, anche se difficile da comprendere, allora anche il bisogno inconscio che muove il risentimento è finalizzato a prendersi cura di noi stessi. E’ una modalità inquinante di volersi bene.

Nel risentimento non vi è solo un ricordo che ritorna, vi è soprattutto ciò che viene fatto di questo ricordo. Viene demolita e aggredita la causa del risentimento: il suo autore. Viene trovato e attaccato un colpevole.

La conseguenza benefica di tanto livore è uno stato di innocenza. Tanto più è colpevole e disprezzabile qualcuno maggiore è il candore del nostro cuore. Accanirsi contro chi ci ha ferito ci permette di convincerci della nostra innocenza, allontana da noi il sospetto che forse di quella situazione siamo stati un po’ complici.

Disinfestiamo il cuore dal veleno delle nostre debolezze. Riempiendolo di un altro veleno, di un’altra tossina: il risentimento. L’odio del risentimento è un modo per difendersi dall’odio per se stessi.