Il pensiero allarga e le emozioni addensano. Certo, è del tutto inappropriato concepire un mondo del pensiero separato dal mondo delle emozioni, poiché ogni pensare è vigilato, se non addirittura indirizzato, dalle emozioni.

Ma è anche pur vero che vi sono aree neuronali dedicate a produrre una specifica forma di pensiero: la riflessione. Collocate nella corteccia prefrontale sono attivate quando ci proponiamo di riesaminare, riconsiderare, approfondire. Quando non ci affidiamo ai primi pensieri, al sentire spontaneo. In questo processo cognitivo il pensiero si allarga, si espande, aggiunge, completa e arricchisce. E’ un processo, quando viene attuato, che si contrappone all’esperienza istintiva delle emozioni, che pretendono invece immediatezza, velocità e reazione.

Perché la natura e le ragioni delle emozioni non sono di estendere la nostra attenzione, bensì di concentrarla, di focalizzarla sullo specifico contenuto a cui si stanno dedicando. Un contenuto interpretato come prioritario su tutto il resto che si potrebbe vedere o pensare.

Così, quando un’emozione si impone, neurologicamente avviene anche una sottomissione dell’attività della corteccia cerebrale dedicata alla riflessione. La gioia, quando irrompe sommerge il cuore di quel che ci fa sentire, e non di meno il dolore. Quando si presenta il dolore il pensiero si contrae, raggomitolato nel patimento.

Il dolore facilmente produce l’esperienza emotiva della fragilità, di una minaccia che affiora nel presente che si vive. Dove vi è un dolore vi è sovente un sentimento di danno, che riduce l’attenzione del pensiero verso ciò che non sia il contenuto del dolore vissuto. Non vi è tempo futuro che prende attenzione, le risorse cognitive sono centrate sul presente e sull’immediato. 

Il dolore non riduce solo la capacità del pensiero di distendersi, ma l’autoregolazione emotiva suscitata dal dolore si focalizza ancor di più sulla sopravvivenza, sulla protezione. E quando il cuore è spaventato e timoroso facilmente la sua reazione è di ridurre le sue capacità di socializzazione. Nel dolore ci si ripiega di più su di sé, crescono l’antagonismo e l’aggressività, come reazioni di sopravvivenza. La scarsità produce aggressione.

Il dolore fa dunque perdere futuro, riduce le capacità di un pensiero proiettato nel tempo, del pensiero riflessivo, che riesamina e allarga ciò che considera nelle proprie valutazioni e nelle proprie scelte. Quando si soffre il mondo diventa più piccolo e contratto, le alternative sembrano diminuire e la nostra generosità verso gli altri si riduce.

Non è solo il dolore effettivamente vissuto che ci fa perdere capacità, visione del possibile e socialità, anche la previsione di un possibile dolore produce effetti non differenti. Perché vivere l’eventualità di una sofferenza produce facilmente timori. E quando una paura si impossessa del nostro cuore le conseguenze non sono un pensiero più lucido, completo e articolato. Semmai l’opposto, la paura, come meccanismo difensivo, accresce la nostra insicurezza, la diffidenza, la cautela, concentrando il nostro sguardo sui pericoli, con un’azione protettiva e preventiva che esalta e distorce esagerandone la possibilità di soffrire.

Dunque abbiamo un sistema di protezione indispensabile che viene dall’esperienza del dolore, che ci aiuta a concentrarci sulle possibili minacce che porta con sé. Ma è anche esperienza che può limitarci, rendendoci vittime del dolore, subalterni alla cecità che produce in noi. Appare allora benefico vigilare sul nostro dolore, non per ignorarlo o declassarlo, perché vi sono ragioni del dolore che richiedono di essere considerate e vissute. Potremmo vigilare su nostro dolore per affiancarlo, non esserne dentro, grazie a uno sguardo che accoglie il dolore che viviamo come una parte di un mondo più grande del dolore stesso, più vasto di pensieri, possibilità, fiducia e coraggio, di quanto il nostro dolore riesce a credere. Non contestiamo e neghiamo il nostro soffrire, lo scaldiamo di tutto ciò che siamo di più.