Un’esperienza, onerosa psicologicamente, è deflagrata smisuratamente in questo presente: l’esperienza della relazione con la propria identità e, in particolare, con il proprio merito, con il valore che ci si attribuisce, nel confronto con gli altri.

Ancorché l’interrogativo “Chi sono?” nasca lontano nel tempo è anche osservabile che a lungo la maggior parte degli esseri umani non hanno attribuito a questa domanda preoccupazioni e attenzioni. Vi erano già risposte a cui attingere, per potersi dire della propria identità: nelle tradizioni familiari che si tramandavano, nelle leggi da osservare, nei retaggi sociali a cui si era destinati. La comunità in cui era immerso l’io metteva a disposizione misure facili per stabilire il proprio merito. Perché il mondo era nitidamente diviso in classi, in raggruppamenti omeogeni, in gerarchie di potere. Vi erano appartenenze che aggregavano e assimilavano l’io, stabilendo, senza necessità di riesami personali ricorrenti e costanti, ciò che veniva apprezzato e cosa rifiutato, il prestigio di uno status e la mediocrità di un altro, ciò che era ammirevole e ciò che era indifferente. 

Oggi, invece, siamo immersi in una costante e solitaria misurazione del nostro merito. Non più un io che trova il proprio valore nell’essere parte di una comunità da cui ricavarlo. Ma singolarità, costrette ciascuna a considerare e pesare senza tregua il proprio valore. Siamo incessantemente forzati a dover fare i conti e chiederci della nostra identità, senza legami di appartenenza che consentono di sentirsi accumunati da misure del merito collettive. Ciascuno risponde di sé e per sé alla domanda su quale sia il suo valore.

A partire dall’egemonia dei social, con il loro incessante riesame biografico. Un riesame indotto e misurato attraverso i followers, i like ricevuti e gli inoltri dei propri post. Tutti valutano tutti, tutti sono valutati da tutti. Siamo immersi in un grande fratello del giudizio e della valutazione collettivizzata. Siamo obbligati e soli in un costante impegno nel dare contenuto alle nostre qualità e al nostro valore. 

Una condizione che potrebbe facilmente produrre una dissonanza cognitiva. La difesa inconscia del cuore che rimuove, nasconde o giustifica la differenza tra come pensiamo di essere, tra la valutazione che diamo di noi stessi e gli effettivi modi di agire che agiamo e possediamo, che potrebbero smentire e screditarne l’idea che abbiamo di noi stessi. Dunque, tanto più siamo costretti all’isolamento e alla solitudine di un pensiero di chi siamo e del valore che possediamo, tanto più frequentemente ricorriamo alle cure inconsce che ci sottraggono consapevolezza. Evitandoci di scoprire chi siamo realmente, nelle effettive capacità che possediamo, nelle effettive ragioni delle nostre modalità meno apprezzabili e pregevoli. Siamo nel tempo dell’egemonia dell’io e allo stesso della sua rimozione. “Chi sono?” è diventata una domanda a cui siamo costantemente forzati, a cui troviamo risposte impreparati nel saperle cercare con coraggio.