L’equità è un sentimento, i fatti, sovente, c’entrano poco. Nell’attenderci equità affermiamo uno dei bisogni più tenaci che abbiamo nel cuore: sentire riconosciuta la nostra unicità. E’ l’irresistibile necessità di sentirci considerati e apprezzati come riteniamo giusto debba essere. Vigiliamo su come e quanto il mondo ci attribuisce quel che crediamo di meritarci.

Ma non sempre la nostra misura dell’equità è capace di fare giustizia. Poiché non sempre i conti tornano. Abbiamo verso noi stessi benevolenze, comprensioni, omissioni o rimozioni che non consentiamo agli altri. Si potrebbe dire, parafrasando Pascal, che la bilancia della nostra equità ha ragioni che la nostra ragione non conosce.

Desideriamo equità per soddisfare un bisogno identitario, non perché siamo realmente interessati a scoprire la verità su noi stessi. Il nostro cuore reclama equità, facendo allo stesso tempo il legislatore, il giudice e il valutato.

Questo ci ricorda che giustizia ed equità non sono la stessa cosa. Ciò che è giusto è ispirato da un noi, un metro più grande della singolarità; mentre ciò che è equo sovente nasce dalla recriminazione partigiana di un io.