Una predisposizione perentoria regola la nostra mente: prevenire.

La prevenzione, con il suo lavoro di assemblaggio dietro le quinte, indirizza profondamente le nostre scelte e le valutazioni che le precedono. La mente si avvale continuamente di un’idea del futuro. Le preferenze che prediligiamo, le alternative che preferiamo, i modi e le soluzioni che adottiamo sono sempre sotto l’influenza di ciò che la mente prevede potrà accadere. Il suo scopo, nel costruire incessantemente un’ipotesi del dopo per avvalersene nell’adesso, è di proteggerci dall’imbatterci in esperienze negative: fallimenti, insuccessi, sconfitte, dolori, pentimenti.

Per generare le proprie capacità di previsione la mente registra incessantemente gli errori di previsione che facciamo e gli insuccessi che viviamo. Senonché nel costruire le proprie mappe gli insuccessi, le ferite, le delusioni, gli errori influenzano il contenuto delle previsioni molto più delle nostre esperienze positive. In altre parole, la mente privilegia un criterio prudenziale: meglio prevedere il peggio.

Avere previsioni pessimistiche di futuro non è solo per proteggerci da possibili rischi. Ci sono d’aiuto anche per immaginarlo ed elaborarlo, per incontrarlo preparati. Perché è psicologicamente più faticoso imbattersi in una difficoltà senza averla prima potuta prefigurare e anticipare. Prevedere il peggio e pensarlo preventivamente aiuta a sentirsi più padroni e in possesso della propria vita, qualora lo incontrassimo effettivamente: “L’avevo capito.”

Ecco allora una domanda sul futuro che stiamo costruendo: com’è il futuro che la nostra mente ci mette a disposizione? In che circostanze ci scoraggia, ci induce a rinunciare, prefigandoci danni, insuccessi o pericoli? 

Possiamo rinunciare ad affrontare nuove esperienze e nuove scelte perché effettivamente ce ne mancano le capacità, o perché sicuramente destinate a un insuccesso. Oppure possono essere le nostre caute previsioni che ci stanno proteggendo oltremisura. Non provarci, complici delle nostre previsioni cautelative, ci permette di rimanere indenni, sospesi in un dubbio sulle nostre effettive capacità, evitando la certificazione delle nostre carenze e una ferita alla nostra autostima. La rinuncia è meno amara di un fallimento.