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GianMaria Zapelli elsewhere

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Sofferenza che scaccia sofferenza: l’astuzia dell’inconscio

Sofferenza che scaccia sofferenza: l’astuzia dell’inconscio

Qualcosa sembrerebbe non tornare. Poiché abbiamo a disposizione un inconscio, dedicato a proteggersi e a distoglierci dalla sofferenza, da esperienze che potrebbero essere distruttive e negative, perché poi accade che patiamo sofferenze che ritornano immutate nella loro dinamica? Non dovrebbero venir rimosse dal nostro sistema di protezione inconsapevole?

Invece, ritroviamo abbandoni già vissuti, incomprensioni già sperimentate, fallimenti già incontrati. Eccolo lì, lo stesso dolore, con la sua reiterata fustigazione del cuore, una presenza ineludibile, di desideri che non si realizzano, di attese che non si avverano, di solitudini che non cambiano. Ma come? Dove sarebbe il soccorso del nostro protettore psichico? 

Ovviamente non vale per ogni dolore che viviamo, ma per quelli che tornano, potremmo chiederci se vi sia un dolore ancora più insostenibile, ancor più intollerabile, che stanno nascondendoci. In altre parole, vi sono sofferenze che ci occorrono per evitarci sofferenze ben più soverchianti, perché sono, in realtà, il male minore. Concentrano la nostra attenzione, assorbono pensieri ed emozioni, pur disagevoli, ma consentono anche di distrarci, di sottrarci dal vedere dell’altro di noi stessi.

Allora, può accadere che falliamo ripetutamente i nostri legami sentimentali. Ma guardandoli da vicino vediamo qualcosa di uguale ritornare, oltre il dolore vissuto. Potremmo riconoscere nelle nostre modalità un concorso a deciderne la fine: esigenze e aspettative che si sono rivelate impossibili, ancorché del tutto ragionevoli. Oppure comunicazioni che hanno affaticato e scoraggiato. E se questo nostro ripeterci, che pur ci pare corretto e giustificato, avesse necessità di proteggerci da possibilità che temiamo ancor di più? Ritroviamo il dispiacere della solitudine, ma abbiamo evitato una sofferenza che ci spaventa ancor di più: di essere abbandonati, dopo esserci totalmente affidati e consegnati alla persona amata. Di patire nuovamente un abbandono che abbiamo vissuto quando non potevamo altro che amare e affidarci all’amore. Meglio soffrire credendo che non fosse la persona giusta, o sentendoci non ricambiati o incompresi. Che dover nel futuro essere abbandonati, credendo e illudendoci di essere totalmente amati.

Oppure, più volte potremmo soffrire di desideri che non realizziamo, ambizioni che non si concretizzano. Ci addolora un sentimento di insoddisfazione, di carenza per ciò che ci manca. La fitta dell’infelicità ci perseguita. Magari potrebbe esserci dell’altro anche in questo patire, proteggendoci da una sofferenza ben più insostenibile: assaporare la bellezza afrodisiaca della felicità e poi doverla perdere. Meglio una sofferenza che mi causo, proiettandomi in una felicità impossibile, che quella inconsolabile di poter perdere il paradiso, dopo averlo conosciuto e vissuto.

Nel cercare di assisterci, la nostra mente inconscia ha sempre un’astuzia a cui si ispira. Non sempre fa scelte che ci aiutano a ottenere una vita felice e piena, ma quasi sempre fa scelte che cercano di risparmiarcene il dolore. 

È infatti altra cosa, e non è un tema da lasciare all’inconscio, quale siano le capacità che disponiamo per saper vivere alla luce del sole le nostre sofferenze. Anche quelle che ci spaventano di più.

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