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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
per una vita consapevole,
gentile ed etica.

L’irresistibile bisogno di vendicarsi

L’irresistibile bisogno di vendicarsi

Non è facile rimanere esenti al bisogno di vendicarsi, pur sapendo quanto possa essere velenosa. Siamo stati feriti da gesti presuntuosi, arroganti o solo disattenti. Per la più la vendetta non riguarda azioni eclatanti, atti straordinari e cruenti. Invece si consuma in gran parte di momenti domestici e minuscoli. Piccole vendette, che consumiamo irresistibilmente, senza saperci trattenere dal gusto che ci procurano. Nelle parole che aggiungiamo, quasi ai margini di quel che stiamo dicendo, ma coltivando il piacere che possano un po’ ferire. Oppure nei gesti senza enfasi, quasi fosse casuali, sapendo, sperando, che lascino un piccolo disagio nei destinatari della nostra minuscola vendetta.

La vendetta cerca un risarcimento. Un bisogno sovente irriducibile e incorreggibile reclama in noi un indennizzo.

V’è da chiedersi quali forze psicologiche profonde siano le radici di questa irrefrenabile necessità, che pur sappiamo inaccettabile, da consumarsi a volte sotto traccia, come ci imbarazzasse e non volessimo riconoscerci nel bisogno di vendetta, anche se poi un tarlo in noi la richiede.

La vendetta è un modo incarnato di ristabilire un sentimento di inviolabilità e integrità della nostra identità. Ci è stata negata un’attenzione dovuta, abbiamo subito un’aggressione, siamo stati vittime di un’ingiustizia: dietro a ogni vendetta vi è un io che è stato prevaricato. Vi è la un’identità che è stata depotenziata da un’altra identità. La vendetta non ha di mira ripristinare un’equità, anche se ne sembrerebbe il motore. Dietro la rivendicazione di equità della vendetta vi è il bisogno di riparare un danno subito alla nostra capacità di difendere noi stessi, di sentirci alla pari nelle forze in campo. L’aggressione che vi è ogni vendetta ripristina un sentimento di potenza.

Occhio per occhio, dente per dente ristabilisce una confidenza psicologica sulle proprie capacità di competere alla pari, di essere ugualmente solidi nell’impegno di sopravvivenza che richiede la vita. La spinta alla vendetta appartiene un’automatica strategia neuronale della mente che si è formata alle origini della nostra specie, dettata dalla priorità di salvaguardare la propria sopravvivenza, in un contesto di risorse scarse e di precarietà elevata, con bisogni di conservazione ben differenti da quelli odierni

Perciò, potremmo chiederci quando e come si presenti in noi, in modo più o meno imperativo, il bisogno di grandi o piccole vendette. E potremmo allora interrogarci se esista un effettivo sentimento di minaccia della nostra identità che le giustifichi, magari senza neppure il coraggio di viverle e rivelarle alla luce del sole. O se invece rimanga in noi il retaggio di una mente arcaica che continua a farsi sentire, reclamando il piacere gratificante e riparatore, ancorché inquinante, di infliggere un disagio.

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