Lo sappiamo e lo viviamo: la nostra relazione con il conflitto personale e interpersonale è controversa.

Da sempre, un tema centrale nel pensare la natura dell’essere umano è cosa farsene del conflitto, come concepirlo, come adottarlo e inscriverlo nell’esistenza. Tutte le diverse teorie psicologiche tematizzano il conflitto come una componente rilevante della relazione che abbiamo con noi stessi e con gli altri.

Dunque la questione non è se il conflitto giochi un ruolo importante, del tutto scontato, bensì come viviamo e elaboriamo il conflitto nell’evoluzione e nello sviluppo di noi stessi.

Sul ruolo assegnato al conflitto si può trovare una distinzione fondamentale nella concezione della natura umana.

Vi è una larga parte di teorie e di convinzioni che concepiscono il conflitto come un fatto fondamentalmente negativo, disfunzionale, al meno peggio un momento di crisi, che deve transitare verso la sua risoluzione. Poiché la condizione ideale sarebbe raggiungere un superamento del conflitto. Né con se stessi e neppure con gli altri. Dall’edonismo greco, passando per Jung, sino alla recente psicologia positiva, ma anche nel buddismo, come nel misticismo, sino alla più folcloristica “new age”, un aspetto che ricorre, sebbene con complessità argomentativa differente, è la rappresentazione di uno stato ideale del soggetto nel quale il conflitto trova una conciliazione, un’armonia, se non addirittura un superamento. Che siano gli archetipi fusionali di Jung o lo yin e yang cinese, il conflitto viene proiettato in una dimensione di equilibrio degli opposti, di risoluzione delle tensioni distruttive e demolitrici. Questo pensiero è ispirato dall’idea di uno stato di serenità e benessere a cui corrisponde una sanificazione, se non una santificazione, del conflitto, emendato delle sue componenti trasgressive, notturne e dolorose. Su questo tracciato troviamo anche le forme di counselling, di terapia, di supporto, anche solo di consiglio, che indirizzano verso una conciliazione, verso un traguardo nel quale il conflitto viene superato, per essere sostituto da una pacificata armonia degli opposti.

Certo vi sono molti conflitti che richiedono di essere superati e abbandonati. Conflitti che logorano inutilmente e malamente l’io e le relazioni. Ma questo non significa che il conflitto sia di per sé, per sua natura, una congiuntura che deve transitare necessariamente nella sua risoluzione.

Infatti, all’opposto di questa ideologia detrattrice del conflitto, troviamo Freud e la psicologia che ha ispirato. Ma anche Nietzsche, Sartre, Bataille e Heiddeger. In questo pensiero il conflitto assume la funzione di una presenza tormentata e mai destinata a conciliarsi, indispensabile per la sua natura di contrapporre opposti. Il conflitto, con la sua polarizzazione, a volte anche aggressiva e mortifera, viene considerato intrinseco alla natura umana, tanto indispensabile e fondamentale da rimanere disarmonia costante con cui il soggetto si dibatte. Uno stato di precarietà fondativo, che attraverso la sua tensione ineludibile produce e influenza incessantemente l’esperienza umana. Istinto di vita e istinto di morte non sono destinati a trovare una pacificazione. Omologazione e trasgressione, odio e amore, onestà e disonestà non sono polarità da pensare tese a un’armonia finale, ma opposti che costantemente lungo tutto l’arco della vita si dibattono e si oppongono nelle scelte e nell’inconscio. Un conflitto che dunque non deve necessariamente approdare a una conciliazione, perché non può e non ne ha bisogno, ma richiede risorse perché possa dispiegarsi senza distruggere, possa essere vivo senza demolire. Non vi è dunque una sanità mentale da cercare come pace e regolarità emotiva, depurata dal conflitto. Vi è invece una pienezza da trovare, nel saper stare nel conflitto, arricchendosi di ciò che rispetta e di ciò che trasgredisce, di ciò che scopre e consente di scoprire.

PS Ovviamente cercando di superare quei conflitti che invece che produrre un tensione generativa sono letali. O abbandonare almeno dalla loro forma letale.