Empatia, tolleranza, pazienza: tre modi di accogliere l’altro

Empatia, tolleranza, pazienza: tre modi di accogliere l’altro

Empatia, tolleranza e pazienza condividono una medesima radice. Non solo sono tre atteggiamenti relazionali, tre modi di essere in relazione con l’altro. Ma, osservando più a fondo, vi si trova anche un atteggiamento ricorrente, un modo comune di considerare l’altro e di includerlo nei propri vissuti. Ciò che accomuna empatia, tolleranza e pazienza è un ritirarsi dell’io. Per realizzare l’accoglienza dell’altro che hanno in comune le tre disposizioni, l’io, con i suoi contenuti distintivi, con i suoi bisogni di riconoscimento, con le sue preferenze ed esigenze, con i suoi tormenti e patimenti, con i suoi linguaggi e le sue convinzioni, retrocede, si ritira, arretra per far posto, dentro di sé, all’altro, alle sue emozioni, ai suoi valori, alla sua differenza, ai suoi eccessi o alle sue intemperanze, ai suoi patimenti.

La vicinanza che realizzano empatia, tolleranza e pazienza prevede l’opacità di sé, il ridimensionamento del proprio protagonismo, come condizione per aprirsi all’urgenza, alla legittimità o all’inderogabilità dell’altro. Il tu per presentarsi e risuonare dentro di sé necessita una sordina sull’io.

Anche per questo empatia, tolleranza e pazienza sono impegnative, perché l’io si oppone alla propria rimozione, rivendica il proprio primato, rivendica attenzione ai propri pregiudizi, alle proprie emozioni, alle proprie priorità valoriali. Sicché la misura di quanto si è capaci di empatia, tolleranza o pazienza si trova negli ingredienti di simpatia per l’altro, di amore o timore dell’altro, oppure nell’etica personale, sui quali si erige la capacità di dimenticarsi un poco di sé.

Ovviamente, da aggiungere che in questo indietreggiare dell’io, empatia, tolleranza e pazienza percorrono itinerari differenti, nel trattenere l’io al di sotto delle sue rivendicazioni.

Nell’empatia l’accoglienza dell’altro, immedesimandosi nei suoi stati emotivi, che dislocano in secondo piano i propri, concorre una duplice azione: una biologica e una esperienziale. Quella biologica viene messa a disposizione dai neuroni specchio, che riverberano nella mente, attraverso una reazione neurobiologica, lo stesso contenuto a cui si assiste. A questa si aggiunge l’educazione emotiva che ha più o meno sensibilizzato nel riconoscere gli stati emotivi degli altri.

Diversa è invece l’inclusione della tolleranza, perché mossa e guidata dal proprio patrimonio valoriale, che di fronte alla diversità dell’altro, alla sua estraneità culturale e sociale, salda il giudizio e l’azione nell’accoglienza, frenando l’io nel valutare, nel respingere, nel proteggersi.

Infine vi è la pazienza, anch’essa forzatura di sé, ma non perché un valore ne ispiri il freno e neppure perché la biologia cerebrale facilita immedesimarsi nell’altro, invece è un sentimento che ne muove i passi. La pazienza è sopportazione di qualcosa che viene vissuto eccessivo, fastidioso, ingiustificato, modi dell’altro che  non hanno ragioni valoriali e neppure suscitano empatia. Sono così i sentimenti che erigono la forza della pazienza, quello dell’amore o quello della paura. Si è pazienti con chi si ama o con chi si teme, di cui si temono le conseguenze se non ci si autocontrollasse.

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