Quando è tormentato il rapporto con l’autorità

Quando è tormentato il rapporto con l’autorità

L’autorità è una categoria relazionale e sociale presente in vari domini: istituzionale, scientifico, culturale, ideologico, ma è nel territorio psicologico che l’esperienza dell’autorità getta le sue fondamenta.

È nei primi passi della vita, inoltrandosi precari nell’esistenza, che si fonda l’urgenza dell’autorità, ricercandola nelle figure da cui si dipende anche affettivamente: i genitori. Perché è necessità non solo l’abbraccio, il calore amoroso dell’accoglienza e della rassicurazione, ugualmente indispensabile è anche affidarsi, poter stabilire un contratto psicologico di fiducia, consegnando la propria vita a chi ne può assicurare la protezione, lo sviluppo e il rafforzamento. Nel legame con i genitori vi è la genesi dell’esperienza con l’autorità, alla cui legge ci si consegna nell’intraprendere la vita, consapevoli di non avere sufficiente autonomia per affrontarla in totale indipendenza. Uno scambio per la sopravvivenza: si ubbidisce e se ne ottiene in cambio indirizzi per non perdersi e danneggiarsi.

L’autorità, di qualunque natura, è il prodotto di un baratto: l’accettazione e il riconoscimento a una soggettività di essere norma, legge, regola, alla quale si consegna del potere su di sé, in cambio di contenuti vitali e indispensabili per sé stessi. Vi è autorità quando se ne riconosce la necessaria o benefica possibilità di indirizzare la propria libertà.

Ma quella con l’autorità è anche esperienza controversa, conflittuale, perché man mano che l’io prende forma e si consolida reclama autonomia, indipendenza, autosufficienza. Così si presenta nell’adolescenza il dilemmatico rapporto con l’autorità interpretata e rivendicata dai propri genitori: tra la conferma insindacabile e mai contestata del loro indirizzo, della loro legge e, all’opposto, un accanito rifiuto a sottomettervisi.

Le sorti e l’evoluzione di questo rapporto familiare imprimeranno l’atteggiamento psicologico, i modi e i sentimenti che si porteranno con sé quando ci si imbatterà in una possibile, presunta o acclarata autorità: dei capi in azienda, della scienza e di coloro che la praticano, della legge e di coloro che la amministrano, degli insegnanti, di chi ha più esperienza, e così via.

Riconoscere un’autorità, dunque, è profondamente un’esperienza psicologica, imbrigliata nelle emozioni, nelle gioie e nelle frustrazioni, nelle gratificazioni e nelle mortificazioni che sono state vissute nella relazione con coloro a cui si è concesso del potere su di sé, per averne in cambio aiuto, protezione o comprensione.

Per questo, prima ancora degli effettivi meriti che possiede chi interpreta un’autorità, ancorché rilevanti, più decisiva nell’epifania di un’autorità è quanto sia percepita necessaria, quanto susciti un sentimento di beneficio nel consegnarvi porzioni della propria liberà. O, quanto l’autorità, sovente quando riconosciuta da altri, susciti invece controdipendenza, bisogno di affermarsi, di distinguersi, di ribellarsi, minaccia che ingabbia la propria libertà.

Lo si vede, sono molto differenti le autorità che vengono riconosciute e quelle negate, ciò che ricorre sono i bisogni che consentono di soddisfare, in cambio della libertà che si prendono. Bisogni più o meno etici, più o meno pacifici, più o meno tolleranti e inclusivi.

PS: Va da sé però che non può esistere un sistema umano coeso e solido senza un’autorità che ne armonizzi le libertà.

Potrebbe interessarti
CERCA ANCHE ALTROVE.
Parole per ispirarti
ESPLORA L'ARCHIVIO
Cerca ciò che ti incuriosisce, le idee e le parole per il tuo lessico personale.
PODCAST

Pensieri da ascoltare.

NEWSLETTER

Unisciti anche tu

Ricevi settimanalmente due post per essere anche altrove.

La tua email sarà protetta. Potrai sempre annullare l’iscrizione.
Se vuoi sapere con più precisione come verrà protetta la tua email leggi la privacy policy.