Mancanza e privazione non sono lo stesso

Mancanza e privazione non sono lo stesso

La mancanza è esperienza ineludibile della vita. Imbattersi nel vuoto di un’assenza, qualcosa che si vorrebbe si sottrae, non più presente, accessibile, raggiungibile. Sono insufficienze e mancanze di affetto, di legami, di scoperte o di speranze. Così l’assenza si segna di mestizia, sovente anche di dolore.

Come si è inclini a elaborare e vivere la mancanza costituisce un fondamentale binario sul quale corrono quotidianamente scelte, ambizioni, desideri, impegno. Perché essere privati di quel che si spera o desidera è pena faticosa da accogliere ed elaborare, tanto da creare sovente prevenzioni difensive, cautele anche inconsapevoli nell’affrontare la vita, pur di evitare l’incontro con la mancanza.

Ma non ogni mancanza è anche una privazione. E si sovraccarica di fatica la relazione con ciò che manca se ogni mancanza venisse vissuta come una privazione.

È prevalentemente nell’infanzia e poi nell’adolescenza che si modellano le caratteristiche della propria relazione emotiva con la mancanza e la privazione. Dai genitori si assorbe una geografia della differenza tra mancanza e privazione, quando affrontando le richieste dei figli, di ciò che reclamano come mancanza, indirizzano e ispirano la loro attesa. Ne scaturisce un’educazione, nello stabilire cosa sia significativamente indispensabile di quel che manca, tanto da essere privazione. Educazione che lascia il suo segno virtuoso non attraverso singoli e sommati rifiuti o concessioni, episodi ogni volta da negoziare. Ma nel modo in cui si educano i figli a sentire l’esistenza di una propria integrità e completezza, che rimane distinta e ben salda pur vivendo delle mancanze. Invece diventa dolorosa privazione ciò che manca quando pare indispensabile per potersi sentire completi. Una pedagogia impegnativa, sovente attuata involontariamente e all’insaputa dei genitori stessi, che tinteggerà i colori delle ineluttabili esperienze della mancanza che si presenteranno ripetutamente nella vita.

Allora, sperimentare la mancanza non è una pratica punitiva, castrante, perché educa alla fondazione psicologica del sentimento della propria completezza identitaria, distinta dalla privazione e dall’avere completamente tutto ciò che si vorrebbe. Ed è anche equipaggiamento neurobiologico, che rimodula il meccanismo cerebrale predisposto a esagerarne emotivamente il danno in ogni occasione di assenza e di mancanza. Un meccanismo al servizio della sopravvivenza, che si è formato biologicamente migliaia di anni fa, dedicato a vigilare sul rischio di indigenza, di fame, di scarsità.

Senonché, quando troppo facilmente le mancanze che si sperimentano vengono vissute con il malessere della privazione, perché associate a contenuti indispensabili per la propria esistenza psichica e biologica, ne può scaturire uno stato di assedio psicologico, che ripiega in una vita eccessivamente condizionata dal timore di vivere delle mancanze. Dunque una vita a cui potrebbe, paradossalmente, mancare qualcosa di importante: gli ingredienti della progettualità, dell’iniziativa e dell’espansività, che per potersi liberare hanno bisogno di un cuore capace di rimanere integro qualora dovesse imbattersi nelle mancanze e nei fallimenti

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