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GianMaria Zapelli elsewhere

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Valutare gli altri: un meccanismo inevitabile, che a volte è una prigione

Valutare gli altri: un meccanismo inevitabile, che a volte è una prigione

Un impulso perentorio che pilota la nostra relazione con le persone è il giudizio che ne abbiamo, la valutazione. La generazione di una valutazione è immediata, insopprimibile. Si tratta di un automatismo cerebrale, dedicato alla nostra sopravvivenza, che estrae da quel che percepiamo molto di più dei fatti nel loro puro e spoglio contenuto percepito. Invece vengono declinati in un peso, in una misura. Perché valutare non è solo registrare, ma elaborare un meglio o un peggio, quel che si ritiene giusto e quel che di ritiene sbagliato. Nel rapporto con chi si incontra, lo sguardo non è solo censimento e registrazione, ma sussidio alla prioritaria bio-regola di sopravvivenza, fisica e psicologica: se rimanere tranquilli, fuggire o aggredire.

Per la loro natura protettiva, le nostre valutazioni degli altri interpretano i contenuti percepiti sulla base di quanto abbiamo sperimentato gioia o dolore, gratificazione o delusione, amore o solitudine. Il nostro sistema di protezione, innestato nello sguardo, si è forgiato a nostra misura. Per lo più a misura delle nostre paure.

Per questo, nel modo attraverso cui ciascuno dispiega il proprio scandaglio valutativo degli altri, si può riconoscere il meccanismo prodromico di come si sviluppano, e si svilupperanno, le sue relazioni sociali e affettive. Perché il prodotto della valutazione è una certa distanza, un certo distanziamento dagli altri, un posizionamento tra i due opposti di aderenza e distacco. Si soppesano le persone e le si collocano in una precisa distanza da sé: dai propri gusti, dai propri desideri, dai propri valori, dalle proprie simpatie.

La nostra peculiarità valutativa non ha effetti solo su di noi, ma anche sugli altri. Perché ognuno ha modi differenti nel vivere la percezione di sentirsi valutato dagli altri.

La nostra psiche ha una particolare sensibilità verso l’esperienza di essere oggetto di giudizio dagli altri. La valutazione che riceviamo, o anche solo immaginiamo di ricevere, ha una diretta congiunzione con la nostra risposta emotiva, e a seguire con i nostri modi di agire. In un angolo della nostra mente sappiamo che scorrono su di noi, sui nostri modi di comunicare, di vestire, di agire, i flussi valutativi degli altri.

Così, quelle persone che hanno una costante propensione valutativa, inclini a soppesare tutti coloro che incontrano, applicando misure di giustizia, di efficienza o di simpatia, è facile che suscitino reazioni di cautela, di allontanamento. Il loro radar valutativo induce a proteggersene. Ma non perché veda sbagliato, anzi, per lo più proprio perché coglie nel segno. Vede e scova negli altri, con rigore chirurgico, debolezze, carenze, inefficienze. Ci si tiene per questo lontani, perché la loro valutazione inclemente innesca un sentimento di imperfezione, di inadeguatezza, di allarme. Preferibile chi non si eleva sul desco di un giudizio e non accende il disagio di sentirsi valutati.

Sicché ci si potrebbe chiedere quale effetto produciamo negli altri con le nostre valutazioni. Trovando così l’ennesimo dilemma identitario: quando la mia valutazione degli altri ha ragioni necessarie, anche a costo del loro disagio? E quando, invece, il mio atteggiamento valutativo è l’esito di un mio sistema protettivo, che invece di aiutarmi mi impoverisce e irrigidisce inutilmente?

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