Si può credere che il dolore ci sia estraneo, come una meteora che ci colpisce, che patiamo e sentiamo alieno. È difficile credere che soffrire riguardi qualcosa che ci occorre, di cui possiamo aver bisogno. 

Vi è però una differenza fondamentale: quella tra la ferita e il dolore. La ferita ci può essere causata da altri o altro, a volte non possiamo che subirla. Può colpirci, danneggiarci, straziarci. Il dolore è il modo, del tutto singolare e psicologico con cui la elaboriamo e cerchiamo di guarirne. 

La natura di ogni dolore, di un dito ferito, della febbre o delle lacrime, è sempre cercare di ristabilire un equilibrio: risarcire una ferita, sanare una carenza, una perdita o rassicurarci sulle nostre qualità. Il dolore esplode dentro di noi e attira in esso, come un buco nero, le nostre energie. Mette in secondo piano e ignora il mondo che sta fuori dal perimento della sua attenzione dolente.

Il dolore, per quanto faticoso e straziante, cerca di guarirci con dosi poderose di attenzione a sé stessi. Al nostro io che ha bisogno di elaborare la perdita di un legame. Alla nostra carenza di autostima compensata dalla autocommiserazione, che è un sentimento d’amore incondizionato. Ai nostri fallimenti, con rimorsi o rammarichi, che sono anch’essi tempo e pensieri d’amore che ci dedichiamo. Tutto il resto della realtà rimane escluso dal dolore, per avere solo sé stessi e il proprio dolore al centro del sentire.

Per questo, cercare nel dolore che si vive il suo modo di essere una cura di sé, senza considerarlo una presenza estranea, straniera, ostile, può aiutare a compiere sino in fondo il suo viaggio: portarlo a termine.

Come sappiamo, quando l’organismo produce dolore significa che è in corso un’azione di cura. Così è per la nostra vita psicologica: il dolore, quando è prodotto da una ferita che si sofferta, è sempre un meccanismo di auto-protezione, di sopravvivenza. A volte in modo autolesionista. Come i tumori sono il prodotto di un sistema di autodifesa che si è danneggiato, così vi sono forme di dolore che, pur nascendo come un sistema di cura messo a disposizione dall’inconscio e dalla mente, smarriscono la direzione, per trasformarsi in un tumore del cuore. 

Allora parlare al nostro dolore come a un’esperienza che sta cercando di curarci e ha noi stessi al centro del suo scopo, accettando che non sia alieno e nemico, potrebbe aiutare a trovare il suo compimento. Scoprendo che soffrire, sovente, è un modo di volerci bene.