Naturalmente non tutto ciò che ci ferisce ha la stessa natura, perché vi sono ferite subite che sono inammissibili, inaccettabili, malvagie.
Ve ne sono anche che provocano una lesione dell’identità di noi stessi, di ciò che sentiamo di essere o a ciò che abbiamo bisogno di essere. Sono esperienze nella quali la ferita è un urto con una rivelazione indesiderata con sé. Ci ferisce la persona che non riconosce i nostri meriti oppure ci ferisce la magra figura fatta parlando davanti ad un pubblico, o ancora ci ferisce sentire la disattenzione, la menzogna e altro ancora. Episodi che lacerano chi crediamo di essere, di meritare o di essere capaci. Nella ferita vi è una sconfessione della nostra narrazione di noi stessi.
Lo stesso accadimento non genera la stessa ferita, perché è diverso il modo di affrontare e saper accogliere la disagevole scoperta di sé; la ferita quando è un appuntamento con una possibile rivelazione di noi stessi: dei nostri limiti, delle nostre paure, delle nostre ansie, delle nostre incapacità. Vi sono accadimenti – il fallimento, la nostra fiducia tradita, l’abbandono – che sono interruttori che accendono una luce sulle nostre carenze, sulle nostre fragilità.
Abbiamo a disposizione l’inconscio e le strutture cerebrali automatizzate che ci risparmiano la fatica di occuparci delle nostre ferite e dei loro effetti sul nostro presente e futuro. E sovente si rivela una strada con notevoli benefici, per il passo leggero che possiamo averne nei pensieri sulla nostra identità.
Ma se non ci riesce una leggerezza e una serenità su quel che viviamo, se non ci riesce una relazione soddisfatta con noi stessi, la ferita che viviamo può diventare una soglia a cui bussare. Perché in ogni ferita non parla solo qualcosa che ci rende fragili e vulnerabili, vi è anche da scoprirne il suo bagaglio di liberazione .
La solidità psicologica non è nell’assenza di dolore e sofferenza, ma nelle strategie che adottiamo quando viviamo dolore o sofferenza. Tanto più lasciamo alle nostre risorse inconsce la gestione del dolore tanto meno siamo solidi, perché dove vi è in azione una difesa automatizzata vi è una vulnerabilità che non viene allo scoperto e a cui siamo sottomessi.
La ferita di non sentirci compresi, la ferita di aver fallito, la ferita della solitudine possiedono un contenuto che potrebbe emanciparci, che si rivela quando, invece che tenercene lontani, andiamo esattamente là dove il cuore vorrebbe allontanarci. Quando entriamo nella ferita, non solo nelle lacrime che ci provoca. Quando comprendiamo che non siamo la nostra ferita, ma quello che potrebbe insegnarci di noi. Facilmente scopriremo una solidità che non immaginavamo di possedere. Perché non sono le lacrime a renderci deboli, ma è la paura delle lacrime e lasciarle nel silenzio.
