Nella “normale” prossimità fisica con le persone si sperimenta un costante contatto sociale, che assume la forma di un sottofondo avvolgente, che lascia tracce nel plasmare sensibilità. Immersi nel flusso di percezioni sociali, negli ascensori, nei bar, nei ristoranti, nei negozi, gomito gomito con persone sconosciute, da cui giunge lo scorrere frammentario di un’umanità variegata, nelle parole, nei gesti, negli scorci di vita che si rivelano. Un’umanità adiacente che si incunea nelle nostre sensibilità.
Da distanziati forzatamente e lungamente, per proteggere la sopravvivenza, siamo stati immersi in un profondo e protratto silenzio intersoggettivo. La foresta rumorosa a cui eravamo abituati e a cui non facevamo caso, assuefatti ormai ai suoi suoni, si è fatta d’improvviso silente.
Un silenzio nella prossimità sociale che potrebbe aver lasciato segni. Perché dopo un po’ cessa di essere un’anomalia, diventa una nuova consuetudine non percepirne l’assenza degli innumerevoli suoni sociali della vicinanza, del mondo poliedrico e variegato degli altri, in coda con noi in banca, appoggiati accanto al banco del bar, mentre prendono un caffè alla macchinetta chiacchierando lì vicino. Un silenzio senza le tante persone sconosciute di cui intercettavamo schegge d’esistenza, che facevano parte della colonna sonora ed emotiva della nostra vita. Abbiamo perduto l’addossata e tangibile percezione del caleidoscopio della molteplicità umana.
Probabilmente oggi vi è il desiderio di tornare a rimetterci in vicinanza, di averla di nuovo accanto l’umanità sconosciuta, con il suo sottofondo variegato e multicolore. Ma potrebbe esserci anche la percezione di una fatica nel tornare a riempire un silenzio che nel frattempo è diventato consuetudine. Potrebbe essere vissuto faticosamente riprendere comportamenti sociali fuori dalla cerchia delle persone a cui si è legati, come le small talks, quegli scambi comunicativi senza pretesa di contenuto, senza necessità di approfondimenti o obiettivi pragmatici.
Se poi già prima della pandemia metteva a disagio trovarsi in una comunicazione tra sconosciuti, oggi dopo solo quattro parole con il negoziante potrebbe rimanere un sentimento di sfinimento, di energie esaurite.
Non si tratta di ignorare il trauma attraverso cui siamo passati, ma neppure di assecondare un’abitudine che ci impoverisce. Soffermarsi in una vicinanza conversativa anche su scambi leggeri, minimi, ha un beneficio psicologico importante, che non è il contenuto scambiato, ma, appunto, la vicinanza con la varietà umana. Insomma, per la nostra ricchezza psicologica e sociale è benefico tornare ad abitare foreste chiassose del vocalizzare di storni, merli, cornacchie, fagiani e picchi.
