Che parola smisurata “aiutare”. L’aiuto che possiamo mettere a disposizione degli altri è senza perimetro: dal piccolo gesto di soccorso all’ascolto che condivide ferite profonde, dalla mano tesa a risalire una parete alle parole che raccolgono l’inferno, dalla ricetta di cucina al suggerimento per educare il figlio. E sono anche ugualmente tanti i modi di sentire e le capacità che riguardano l’aiuto che possiamo. Non necessariamente occorre essere generosi e altruisti per dare un aiuto benefico.

Ma ovviamente non tutto l’aiuto è uguale. Si potrebbe tracciare una linea lungo la quale distribuire il tipo di aiuto che possiamo mettere a disposizione agli altri. L’unità di misura di questa di linea è la distanza tra i contenuti dell’aiuto e l’inconscio delle persone, il loro mondo più inconsapevole e nascosto. Vi è infatti un aiuto, anche benefico e utile, che non richiede al destinatario di incontrare e affrontare i propri segreti, che può essere ricevuto senza la necessità di portare alla luce ciò che il suo cuore sta tenendo nascosto. Per questo aiuto ci si può largamente basare sulle proprie conoscenze, convinzioni ed esperienze. Come l’aiuto nel cucinare alla perfezione un sufflé, quale farmaco potrebbe funzionare meglio, come imparare una nuova “app”, quale libro è assolutamente da leggere. Sono aiuti e sono preziosi.

Ma quando siamo in prossimità di ciò che una persona tiene segreto, anche a se stessa, e propri lì deve arrivare il nostro aiuto per essere benefico, allora si capovolge ciò che ci occorre essere e sapere. Tanto più comprendiamo che il nostro aiuto riguarda il mondo intimo e delicato di una persona tanto più dobbiamo dirci costantemente di “sapere di non sapere”.

Quando si è lontani dall’inconscio degli altri, l’aiuto si basa su ciò di cui siamo pieni (conoscenze, esperienze, idee) avvicinandosi al loro cuore l’aiuto si deve basare su quanto sappiamo svuotarci. Questo non significa essere privi di idee e indirizzi, bensì significa sapere che siamo sempre carenti di conoscenze, di sicurezze. Perché dove vi è inconscio vi sono anche ferite che hanno preso una strada, esperienze dolorose che sono diventate modi di essere. E dove vi è il mondo più sensibile e vulnerabile di un’altra persona tutto ciò che possiamo chiedere e che possiamo dire è sempre detto da noi. Nessuno può mai dire qualcosa di neutro, di universale, di oggettivo, quando si rivolge a ciò che rende una persona unica e anche irrimediabilmente estranea: le sue ferite.