L’empatia potrebbe essere distinta in due manifestazioni: l’empatia affettiva e l’empatia cognitiva. L’empatia affettiva è la capacità entrare in risonanza con le emozioni vissute dagli altri. Si provano sentimenti di immedesimazione con il vissuto emotivo delle altre persone. L’empatia cognitiva è invece nella capacità di riconoscere la natura delle emozioni vissute dagli altri e ciò che le ha prodotte. In questa declinazione l’empatia consente di avere consapevolezza del contesto o della specifica situazione che alimenta il vissuto emotivo di una persona. Così si può osservare che quando si possiede sola la prima forma di empatia, si sente profondamente la sofferenza di una persona, provando un’eco nelle proprie emozioni, ma si rimane senza una reale comprensione della loro natura e delle loro origini, perché non si sa andare oltre le ragioni sperimentate per le proprie sofferenze. All’opposto, quando si possiede solo la seconda forma di empatia, si può ben comprendere l’universo emotivo privato e unico di una persona, la storia delle sue ferite, ma non provare un sincero sentimento di partecipazione affettiva.

Ma l’empatia non è solo una capacità che aiuta l’ascolto. Può diventare fatica, un eccesso di permeabilità emotiva che produce allontanamento. E’ stato più volte sperimentato che quando una persona è a lungo esposta a esperienze empatiche di sofferenza tende a produrre una reazione difensiva e protettiva, reagendo con una risposta anoressica, di raggelamento emotivo. Perché il focus dell’empatia, il suo baricentro, è l’effetto delle emozioni degli altri nel proprio cuore. Ancorché proiettata verso un ascolto, l’empatia è esperienza che si vive in questo slancio attentivo verso qualcuno.

Diverso è l’altruismo.

Una ricerca condotta presso l’Università di Ginevra ha mostrato che neurofisiologicamente l’empatia è differente dall’altruismo. Chi si allena all’empatia produce modificazione cerebrali in aree differenti di chi si allena all’altruismo. L’empatia attiva aree cerebrali che rendono sensibili al disagio e alla sofferenza, con il rischio di un’ipersensibilizzazione verso cui il resto della mente si difende narcotizzando la risposta empatica. Mentre le reti cerebrali che si sviluppano con l’altruismo sono connesse alla generazione di sentimenti positivi e gratificanti, verso cui il resto della mente non si oppone.

Nell’altruismo il baricentro è il desiderio, lo slancio realizzativo, il movimento proiettato verso un’altra persona. Attraverso un sentimento benevolo e positivo, l’altro è traguardo di un impegno e non solo ascolto empatico. L’altruismo va oltre l’ascolto e a ciò che si comprende, per diventare gesto di attenzione e di cura, per diventare disponibilità, gentilezza, aiuto.

Dunque agire e sentire in modo altruistico non solo fa bene agli altri, ma anche a noi stessi, perché ci fornisce un sentimento di appagamento che rinforza l’autostima. Contro un’idea sacrificale dell’altruismo, appare invece più solida e vantaggiosa una pratica dell’altruismo nella quale i beneficiati siano gli altri e noi stessi. Perché preoccuparci degli altri, del loro bene, non dovrebbe poter significare anche fare del bene anche al nostro cuore?

Anzi, varrebbe la pena di ribaltare la prospettiva, per fare del bene a noi stessi, per alimentare nel nostro cuore sentimenti di serenità ed equilibrio emotivo, un’ottima pratica è l’altruismo. Dedicarci al nostro cuore allenandolo a un sentire altruistico è un eccellente modo – neurofisiologicamente – per arrivare a fine giornata con un sorriso. Due piccioni con una fava.