Ci si arrende, capita. A volte consapevolmente, sovente senza accorgersene.
Ci si arrende quando cessiamo di crederci, quando abbandoniamo una scelta, un desiderio, un’aspirazione.
E sembrerebbe sbagliato, debole. Rinunciare è una parola che suona negativa, riprovevole.
Senonché, la vita è forse più segnata dalle volte nella quali ci siamo arresi, di quanto lo sia dalle volte in cui ci siamo impegnati sino alla fine. Sono più le rinunce che le conquiste. Si celebra la capacità di non arrendersi e si omette la vita.

E’ anche vero che molte circostanze e molti desideri meritano e richiedono la capacità di non arrendersi. Perché vi sono mondi, scoperte e civiltà che possono essere realizzati solo se sappiamo non rinunciarvi. Quindi ben venga non arrendersi, quando il frutto di tale tenacia sono valori che costruiscono futuro.

Eppure ci si arrende. Molto. Ma per lo più celandolo a se stessi. Infatti, è decisamente raro incontrare qualcuno che apertamente ammetta: “E’ così, mi sono arreso.”.

Forse perché nella resa si vede solo la perdita, la sconfitta. Vissuti dai quali il nostro inconscio cerca di sottrarci, perché li interpreta come ferite della nostra autostima. Già la parola declina un preciso modo di qualificare la rinuncia: ci si arrende, non è solo abbandono, si ci si mette nelle mani di forze più forti di noi, si perde autodeterminazione, siamo capitolati. Quindi è pessima la reputazione che possiede l’atto di arrendersi, un evento da scongiurare per proteggere se stessi.

Per questo è largamente invisibile la lotta tra non arrendersi e arrendersi. Rimane defilata e inconsapevole. E quando accade che ci arrendiamo, molte più volte di quanto accada il contrario, la capitolazione ci rimane celata. Ci arrendiamo, ad esempio, quando ci adattiamo, quando ci convinciamo che non vi sono alternative, quando cerchiamo altrove le ragioni delle nostre rese, quando potremmo ma invece non ci impegniamo. Collezioniamo desideri e ciò che ci piacerebbe vivere, mentre invisibilmente il nostro cuore si arrende. Nascondiamo e ci nascondiamo le nostre sconfitte, omettendole dalla coscienza o trasfigurandole nella narrazione che ne facciamo.

Ma a volte vi è grandezza nell’arrendersi, nel rinunciare. Quando, con la forza della consapevolezza, guardiamo apertamente le nostre carenze, che ci impediscono di proseguire, di tentare ancora. Quando non ci sottraiamo alla nostra resa dei conti e possiamo così dare misura e distanza a chi siamo. Possiamo imparare dalle nostre capitolazioni, dalle rinunce ai nostri desideri, che possono non solo essere lutto e dolore, ma anche ritrovamento. I desideri a cui si rinuncia lasciandoli occultati nell’inconscio sono solo perdita, lesione. Ma quelle rese che sappiamo riconoscere e vedere, a cui dedichiamo tempo per accettarle e accoglierle, si possono trasformare in un risarcimento. Guardando a ciò che si perde con lo sguardo della scoperta. Perché ogni resa, non solo cede qualcosa, ma offre la possibilità di vedere e inaugurare nuove strade. Invece che intestardirsi in quella che non potrà essere conclusa. Dove vi è una capitolazione vi è anche la possibilità che nasca qualcosa.