È ovvio, tradire è un gesto orribile. Giuda ne è l’icona più rappresentativa, traditore scellerato addirittura dell’amicizia e della fiducia di Dio.
E se però non fosse sempre così? Se nel tradimento a volte vi fosse anche una rigenerazione?
Si potrebbe iniziare chiedendosi quale sia la peculiarità che ricorre in ogni tradimento. In ogni tradire vi è un cambiamento. Senonché, in questo presente che sembra non curarsi della continuità, celebrando il mantra del cambiamento, tradire è un cambiare che invece avvelena, addolora, lacera.
Il cambiamento, che diviene per questo tradimento, investe ciò che non doveva cambiare, che doveva invece rimanere immutabile, fermo. Assume la veste del tradimento quando viene interrotto, lacerato, ciò che avrebbe dovuto rimanere certo: un legame, un valore, un impegno. È dunque mutamento che fa male, perché distrugge il futuro, ciò che doveva nel futuro sottarsi alla metamorfosi, alla modifica, per rimanere prevedibile, granitico.
È questa l’effrazione del tradire, sottrarre al presente l’inviolabilità del futuro, a cui si è creduto, a cui si sono affidate speranze, progetti, segreti da custodire, valori, rotte della propria vita. Il dramma del tradimento è nel futuro che viene sfasciato, la promessa a cui si era creduto e a cui si aveva bisogno di credere.
Perciò è doloroso quando il cambiamento distrugge il futuro a cui ci si era affidati, perché sottrare al presente uno sguardo rassicurato sul domani, costringe alla propria vulnerabilità, di essersi fidati, di averci creduto.
Ma può accadere che la promessa fatta, a sé stessi o ad altri, giunti nel futuro, perda ragioni e necessità. Può accadere che il presente si trasformi in una ripetizione svuotata di entusiasmo e di sogni, può accadere che rimanere fedeli a sé stessi non significhi ripetere gioia, ma un copione appannato. E allora potrebbe profilarsi un dilemma drammatico: non cambiare, conservare quel che si è promesso, a sé stessi o ad altri, pur patendone tutta l’insignificanza; oppure cambiare, mutare il proprio presente e la sua continuità, ma dover affrontare il dolore di chi, sé stessi o altri, perderanno un futuro che credevano inviolabile.
Così può accadere che la propria vita si ripeta e rimanga fedele a sé stessa non perché ne sia la versione migliore, ma perché si tradirebbe la promessa di non cambiare, di rimanere prevedibili, a chi si attende e pretende quella ripetizione, quella certezza; pur se ripetersi nella stessa vita significhi aver smarrito la vita, la sua gioia e i suoi sogni. A volte si rimane fedeli alle proprie convinzioni, alle promesse fatte, alle routine esangui, perché se ne vede e se ne teme la fatica che richiederebbe quel tradimento.
Sicché, non sempre il tradimento pare un gesto ignobile, vergognoso. A volte richiede il coraggio necessario per affrontare il dolore che produce, anche e forse soprattutto a sé stessi, come condizione per riprendersi la vita. Tradire sé stessi, a volte, significa abbandonare ciò a cui si è ancorati, la sicurezza di sapere dove si è, sebbene non sia un luogo felice.
Da aggiungere: ciò che v’è di peggio nel tradimento non è il cambiamento a cui aspira, ma quando viene celato, codardi nel sottrarsi alla responsabilità delle conseguenze telluriche che produce se manifestato.
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